Io me ne frego della festa degli innamorati. Me ne frego di San Valentino. Però Gabriella, la mia donna, ci tiene, quindi magari lo festeggio lo stesso.

Che poi il segreto dell’Amore, dell’essere innamorati ecc. ecc. è tutto qui: interessarsi all’altro. No, invece non è vero. Primo perché è sempre un pasticcio generalizzare. Secondo perché io non ho ancora capito un cavolo dell’Amore. Se guardo alla mia esperienza, per esempio, pare proprio un mistero inspiegabile.

A 18 anni capito un’estate in Liguria a trovare un amico e conosco sua cugina, Gabriella, di 16 anni. Da quel giorno i miei amici mi sentono sospirare non di rado “ahhh, Gabriellina”. Ma lei è di Biella, io di Milano e passa un anno prima che capiti l’occasione di rivederla a una cena organizzata dal mio amico su mia insistenza: io, lui, la sua fidanzata e Gabriella. Dopo 20 minuti ci buttano fuori dal ristorante perché io e Gabriella ci stiamo avvilluppando sul tavolo. Rimediamo in un bar discoteca, ma dopo 10′ ci buttano fuori anche da lì. Finiamo a casa mia e siamo noi che buttiamo fuori amico/cugino e fidanzata. Il giorno dopo le regalo una rosa. Un big bang, un’esplosione di carica energetica che non si è più fermata. Un inizio di una storia come tante, vissuta tra gioie e dolori come tanti. Si va avanti tra baci sul collo, le risate a squarciagola che volano in alto, le serate divano-copertina-libro, il cinema-e-pizza, ma anche la rabbia e i pugni che si rompono sulle porte, e i pianti che ti sciolgono. E poi a casa ci aspetta Luppolo, il nostro peluche che è diventato un amico e c’è pure Reddie, il gatto che viene a mangiare la pizza insieme a noi da Spontini. E poi Parigi, dove alle tre del mattino in mezzo alla strada le regalo un anello di fidanzamento. Dieci anni dopo, di fronte a un tramonto su Central Park, New York, sarà lei a regalarmene un altro per chiedermi di sposarla.

Capita anche che quell’energia esplosiva è come un dragone che ogni tanto si addormenta, ma tu non lo sai mica che sta solo dormendo, lo devi imparare, e allora poi magari scopri che alla fine quello che conta di più è crederci e finisci pure di scriverci una canzone, Abbracciami (la posto sotto) che diventa un’ottima soluzione per tutti i momenti difficili.

E poi arriva pure l’Ikea, che a me non-mi frega-niente-ma-meno-male-che-ci-sei-tu-che-ci-tieni, la spesa con le corse sul carrello, le riunioni condominiali negli ultimi posti in fondo che, se proprio non ce la facciamo, più scappiamo via.

E poi è ora di crescere, di abbandonare i peluche e allora nasce Marco, e non siamo più due, siamo tre, anzi quattro, perché poi nasce pure Alessandro.

In tutto questo caos io non ho capito cos’è l’Amore. Anzi, mi sembra un miracolo che ci si possa volere bene tutto questo tempo (sono passati quasi vent’anni) e ogni giorno è un regalo. Mi sembra un miracolo che va contro ogni logica crescere insieme, diventare ogni giorno persone nuove e ogni giorno piacersi. Ogni giorno l’equilibrio si rompe e ogni giorno si ricrea, ogni giorno ci si reinnamora l’uno dell’altro. Mi sembra un miracolo perché non do per scontato nulla, anzi. Non do per scontato voler bene ai miei figli, alla mia donna, non do per scontato il domani insieme: la ragione mi dice che basta un sussurro per cambiare le cose, per far volare via tutto, nel bene e nel male. Ma il cuore non lo sa o è sordo e quel sussurro pare non arrivare mai.

Fatto sta che l’Amore non lo so capire, razionalizzare, imbrigliare nelle parole, né tantomeno celebrarlo con una festività. Quindi, come scrivevo all’inizio, caro San Valentino, io me ne frego di te. Me ne frego di festeggiare un giorno degli innamorati. Me ne frego perché mi sveglio vicino a Gabri e ogni giorno è una festa.