Vi è capitato di leggere il tanto criticato articolo di Francesca Borri? Pubblicato dalla Columbia Journalism Review con il titolo originale «Woman’s work», poi tradotto in Italia da Stampa e Post, parla di Siria, di precariato e delle difficoltà che porta con sé il semplice essere donna. Francesca è una giornalista di guerra freelance. Brutto affare. Prima di tutto perché il giornalismo è da sempre un mercato difficile, ora in crisi nera, con una concorrenza feroce. E per lei «feroce» non è un modo di dire.

«Le risorse per il pezzo sulle amiche di Berlusconi si trovano sempre: la ragione vera è che chiedi 100 dollari e un altro è pronto a vendere a 70, ed è la concorrenza più feroce, tra noi, zero collaborazione, zero aiuto – come Beatriz, oggi, che per essere la sola a scrivere del corteo mi indica la strada sbagliata, e mi fa infilare tra i cecchini – cioè, tra i cecchini, per un corteo come mille altri».

La guerra poi non è un gran argomento di conversazione: cause, conseguenze e ingiustizie dei conflitti sparsi per il mondo non appassionano folle di lettori. Se sia giusto oppure no, se ne può parlare per ore, ma non è mia intenzione. L’unica certezza è che se vendere un servizio è difficile, venderne uno che parla di guerra lo è ancora di più. E poi c’è l’articolo, «una». Capita di essere di fretta, in ritardo, avere tutt’altro per la testa e camminare per strada trascinando borse e borsette, quando arriva implacabile il commento squallido dallo scocciatore di turno. Avresti solo una gran voglia di dirgli quanto è noioso, cretino e maleducato, ma non dici niente.

«L’altra sera: bombardavano tutto, e io stavo lì in un angolo con quest’aria che, che altra aria puoi avere? Se forse tra un minuto muori. E un altro giornalista se ne viene, mi squadra, mi fa: questo non è un posto per donne – e a uno così, ma che vuoi dirgli? Idiota: questo non è un posto per nessuno».

Per Francesca freelance vuol dire 70 dollari a pezzo, senza la certezza di riuscire a rientrare delle spese. Non capisco la teoria della figlia di papà, viziata, che quasi per svago va in Siria. Ci sono molti giornalisti, bravi e coraggiosi freelance, che di progetto in progetto si autofinanziano, esperti liberi professionisti. Se poi Francesca è figlia di papà buon per lei: non è una colpa, non è l’unica. Perché giudicare con tanto accanimento «chi» scrive e non «cosa» scrive? C’è chi la critica perché è narcisista. Garantisco che se la Columbia Journalism Review pubblicasse un mio articolo – in inglese e in prima persona – mi squaglierei di gioia. Voi?

Tra i commenti, mi ha lasciato un po’ confusa quello sul giubbotto antiproiettile, che lo sanno tutti che in Siria è meglio confondersi con la popolazione locale. Non lo so come si vestono i reporter in Siria. Lo saprà meglio lei, no? Francesca non piace a tutti. Vittimista. Egoista. Narcisista. Se proprio non provate un mimino di solidarietà, almeno un po’ d’ammirazione è d’obbligo. C’era un’altra giornalista di guerra, che sta ancora antipatica a molti, non si è poi ancora capito bene il perché. Cara Francesca, spero che tutta questa antipatia si possa trasformare presto in una gran fortuna.

C’è un altro bellissimo articolo da leggere, non meno amaro. È di Barbara Schiavulli, bravissima giornalista di guerra freelance, pubblicato da Valigia Blu.