Mi divertono assai i colloqui.

Ci sono quelli che vanno bene, che quando ti alzi dal seggiolino del pretendente lavoratore c’è un buon presentimento che galleggia, quelli che vanno malissimo e poi anche quelli improbabili, dove ci si presenta un po’ per gioco un po’ per caso, che sai che non sei la persona giusta ma va bene uguale, meglio fare un po’ di esperienza e poi in ogni caso non si sa mai. Seguendo questa discutibile filosofia, qualche tempo fa mi sono candidata per far parte della redazione di una trasmissione televisiva. Premetto che non ho nessuna esperienza televisiva, se non un paio di interviste che, rivedendo, farei tutto in un altro modo e qualche ottimo insegnamento, che risale al tempo della scuola di giornalismo di Urbino.

Ma tentar non nuoce, così baldanzosa mi presento. La prima domanda – giustamente – è: «Ma perché vorresti lavorare in televisione?». Ecco che, dopo trenta secondi, mi si para davanti tutta l’assurdità di presentarsi a un colloquio improbabile. Rispondo: «Perché è divertente». Errore, errorissimo, sbagliato su tutta la linea. La verità è che, andando lì, me lo sono chiesta anche io, senza trovare un briciolo di risposta valida, perché vorrei lavorare in televisione? Chissà.

Facile immaginare che, dopo un esordio così poco felice, non se n’è fatto più nulla. Meno male che sono assai più frequenti le domande improbabili che i colloqui improbabili. Domande così assurde che rimani senza parole, frugando nella memoria alla disperata ricerca di uno straccio di risposta convincente. C’è tutto un campionario di domande sessiste standard, che se siete donne e avete fatto almeno tre colloqui nella vita avrete sicuramente già sentito.

«Hai il fidanzato? Magari poi ti sposi». «Ma se poi sei sempre in giro il tuo fidanzato non è geloso?». Il classico «Hai dei figli?» lo capisco pure, dovrebbe essere una domanda bisex. Ma sono ancora abbastanza giovane perché la domanda si trasformi in «Vuoi dei figli?». E via sul genere. Non sono mai riuscita a dare la risposta dei miei sogni: assumere immediatamente un’aria tristissima, rassegnata ma dignitosa, rabbuiarsi un attimo, scrollare le spalle, alzare la testa con un sorriso fiero e sparare: «Sono vedova da un mese». Meglio ancora: «Sono sterile, grazie per avermelo chiesto. Non ne avevo mai parlato con un estraneo prima d’ora».

Qualunque cosa, pur di far sentire l’uomo in questione – perché certe le domande le fanno solo gli uomini – un perfetto idiota.