A voi davano la paghetta da piccoli? La date ai vostri figli? Pare che qui da noi in Italia non sia molto diffusa, e addirittura in diminuzione: nel 1998 veniva data al 35% dei ragazzi, nel 2011 solo al 26%, secondo i dati Istat.

Però, alla faccia della crisi, i ragazzi italiani sono più “ricchi”: a 6 anni pigliano 8 euro alla settimana, 11 euro a 11 anni, e 20 euro a 14 anni, contro i bambini tedeschi che a 6 anni ricevono 4,86 euro alla settimana e quelli tra i 10 e i 13 anni appena 8,62 euro.

Fiabe e denaro libro

Questi e tanti altri dati interessanti li trovate nel libro Fiabe e denaro, scaricabile gratuitamente qui (in fondo al post anche il booktrailer). Si tratta di un progetto, presentato lo scorso 28 gennaio a Milano, promosso dall’Associazione FarEconomia, del Consorzio Pattichiari e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: realizzare un libro (con, cito, “9 fiabe illustrate corredate da altrettante schede didattiche, con attività ludico-educative da svolgere in classe e a casa, realizzate da un team di pedagogisti, sociologi, economisti e psicologi sulla base dei risultati di una ricerca svolta su 125 bambini”) rivolto a genitori e insegnanti della scuola primaria per educare al risparmio e all’economia.

Ora, lo so che non è il miglior periodo per parlare di economia vista la crisi; so anche che bisogna fare uno sforzo per accogliere benevolmente un libro di fiabe per bambini prodotto da un consorzio di 62 Banche (questo è Pattichiari), visto che tendenzialmente siamo in un periodo che alimenta istintiva antipatia per chi maneggia soldi, mutui, finanziamenti e sostanzialmente i meccanismi che determinano la crisi che stiamo vivendo; so pure che “educazione finanziaria” sembra proprio una brutta parola, soprattutto per quelli come me che sono dei romantici.

Tuttavia, o forse proprio per questi motivi, trovo inevitabile, perfino urgente, affrontare l’argomento denaro con i figli. Ci hanno a che fare fin da giovanissimi, fa parte della realtà che li circonda.

Una questione urgente da affrontare, a maggior ragione se andiamo a leggere i dati raccolti nel libro Fiabe e denaro. Per esempio, tornando al tema della paghetta, che pare essere uno dei metodi più efficaci per “regolare il bambino nei suoi acquisti, aumentare la conoscenza dei prezzi e la sua capacità di autocontrollo”: una ricerca dell’Università Cattolica stima che i genitori preferiscono la cadenza fissa una volta alla settimana (26%), una volta a settimana con qualche integrazione (17%), una volta al mese (7%). Il che si scontra con il pensiero dei ragazzi, che (66% studenti scuole superiori e 54% universitari) vorrebbero ricevere soldi “on-demand” in base al bisogno di spesa.

Insomma, in quanto a economia finanziaria sembreremmo un disastro: solo un quarto dei genitori italiani usa lo strumento importante della paghetta, chi lo usa lo fa in modo spropositato, dando il doppio dei soldi ai figli italiani rispetto a quelli tedeschi e i ragazzi, furbacchioni, preferiscono soldi a richiesta: evidentemente flussi più copiosi, meno controllabili e meno responsabili.

Mio figlio Marco, 5 anni, non ha ancora la paghetta, troppo presto. Negli interventi di Fiabe e denaro si indica in 7 anni l’età giusta per cominciare a dare la paghetta, prima non c’è ancora un senso matematico delle cose.

Con Marco, però, ho istituito il baratto, mi deve un gioco vecchio per ogni gioco nuovo: è il primordiale senso economico dell’Uomo, obbliga a dare un valore a ciò cui si rinuncia, non necessita di nozioni matematiche, esclude il complesso concetto di denaro e di risparmio.

Paghetta e baratto sono ottimi metodi per aiutare a spiegare cos’è il denaro, anche se sulla definizione ci sarebbe da far chiarezza prima di tutti fra noi adulti, visto che è sempre più faticoso capirlo, comprenderlo, perfino vederlo, dato che si fa sempre più virtuale ogni giorno che passa (Leggete qui le nuove frontiere del denaro digitale, compresa bitcoin, vera moneta generata dai bit dei computer). In un ottimo saggio di Massimo Fini, Il denaro, sterco del demonio, viene definito come “la promessa che qualcuno farà qualcosa per lui. (…) In quanto promessa, il denaro si basa sulla fiducia. Legata al tempo, al tempo futuro”. Insomma il denaro è una promessa di futuro, anzi una scommessa sul futuro, e in questo somiglia tremendamente ai figli.

A ben vedere, però, non è la parte didascalica del denaro, cioé spiegare cos’è, che dovrebbe interessarci, quanto piuttosto capire che “cultura del denaro” trasmettere.

Fiabe e denaro marco dobloni

Questo tipo di cultura è cambiata radicalmente nel giro di pochi decenni, soprattutto nei prodotti destinati ai bambini, come le fiabe, e, meglio ancora, i film, i cartoni animati, che sono potentissime fiabe moderne da cui i nostri figli assorbono valori e comportamenti. Avendo ideato un sito, MovieForKids, che è proprio una guida per genitori ai cartoni animati per bambini, ed essendo quindi un campo che conosco bene, mi è facile osservare l’evoluzione del denaro nel cinema. Una volta erano i cattivi a inseguire la ricchezza e il profitto (pensate a Crudelia De Mon che vuole arricchirsi trasformando i dalmata de La carica dei 101 in pellicce), o personaggi sul confine (di cui Paperon De Paperoni ne è l’emblema, un cattivo-buono); mentre le azioni dei “buoni” erano sempre mosse da valori lontanissimi dal denaro. Perfino i tesori cui dare la caccia erano sempre la scusa per intraprendere nuove avventure, ma la moneta non veniva mai spesa, la ricchezza materiale mai elogiata. Il comportamento dei fascinosi pirati ne è l’esempio più lampante: trovato un tesoro, lo si nasconde in un’isola per partire alla caccia di un altro. Per arrivare addirittura a Mary Poppins, un classico di 50 anni fa, dove si attaccano esplicitamente le banche e il “risparmio”.

Oggi, invece, si elogia il profitto, e la conquista della moneta fine a se stessa: in Jake e i pirati dell’Isola che non c’è, spin off moderno di Peter Pan, le azioni del protagonista sono premiate in dobloni d’oro che Jake e spettatori sono invitati ad arraffare come se fossimo in un videogame. O ancora: nel recente Ralph spaccattutto la contrapposizione povero/ricco assume connotati negativo/positivo, con il protagonista che sogna una vita da ricco e va a caccia di medaglioni che hanno tutto l’aspetto di essere monete, ovvero denaro.

Facciamocene una ragione, viviamo in un mondo, un ambiente, in cui il concetto di profitto permea nella nostra vita fin da piccoli. Scrivevo in un recente articolo, Uomini e Mercanti del mio disappunto nel trovarmi di fronte a scene quotidiane in cui i genitori offrono profitto ai figli per invogliarli a fare ogni genere di azione: un gelato in cambio della promessa di vestirsi in fretta, un gioco se ci si lava i denti, ecc. ecc.

In quest’ottica il progetto Fiabe e denaro è un invito alla riflessione non banale, anzi. Perché nella raccolta di fiabe proposte e nei dati pubblicati vi si trova tutto il drammatico dilemma cui ognuno di noi genitori si trova di fronte: da una parte la realtà cui dobbiamo preparare i nostri figli, dall’altra il mondo romantico che desidereremmo. Per esempio, la nota fiaba della formica e della cicala, dove la prima si rifiuta di condividere le provviste invernali accumulate con tanta fatica e lascia morire di fame la seconda che ha passato l’estate a cantare: si sta istintivamente e romanticamente dalla parte della cicala, ma non me la sento proprio di dire che l’avara formica abbia torto marcio.

Esemplari su questo fronte le ricerche condotte tramite questionari in alcune classi, di cui Fiabe e denaro dà il resoconto. Cito: “Rispetto alla domanda: «Il calzolaio è contento se il prezzo delle scarpe si riduce?», le risposte dei bambini più piccoli tendevano maggiormente ad essere del tipo «Sì, perché le persone possono risparmiare», rivelando una certa preoccupazione morale rivolta all’Altro significativo (il cliente in questo caso) e alla ricerca dell’approvazione sociale da parte della comunità. I bambini, infatti, identificano il calzolaio come un soggetto che agisce in una logica solidale e desidera il bene dei suoi clienti, i quali poi lo ringrazieranno della riduzione del prezzo, gratificandolo. I bambini più grandi, invece, davano più frequentemente risposte negative, concettualizzando l’Altro come mezzo o ostacolo per il raggiungimento della soddisfazione personale e per l’aumento della propria ricchezza, coerentemente con quanto espresso dalla teoria classica dell’Homo oeconomicus“. Anche qui: si vuole bene alla risposta dei bambini più piccoli, ma sappiamo benissimo che, per affrontare la realtà di oggi, bisogna essere preparati a rispondere come quelli grandi.

Se è vero che dovremmo “considerare l’educazione finanziaria come una vera e propria forma di investimento culturale sul benessere, così come l’educazione alimentare lo è per la salute”, urge capire cosa trasmettere ai nostri figli e come, stando in equilibrio tra realtà e desideri.