Questo testo è pensato come un monologo teatrale. Quando l’ho scritto, ho immaginato che a interpretarlo fosse Gioele Dix.

Io lo chiamo l'”effetto Franzoni“. Mi è sempre piaciuto il cosiddetto humour nero. Perdonatemi quindi se prendo in prestito uno dei nostri casi di cronaca nera più noti e tristi, ma il terribile infanticidio di Cogne io lo capisco.

I figli sono un amore. Dei tesori. I bebè poi… coi loro sorrisetti e la prima parola, il primo “papà”, “mamma”, le loro conquiste… i primi passi. Meravigliosi. Però quello che nessuno racconta mai è il lato oscuro di tutta la faccenda. Perché, tra un sorrisetto e un passettino, c’è un inferno di pianti, insonnie e strilli da far impazzire un Santo. Inferno per loro, i figli, ma inferno anche per noi, padri e madri.

E’ la vita. E’ normale. E’ giusto. Lui piange perché ha fame. Gli dai da mangiare e torna contento. Sorrisetto. Lui piange perché ha fatto la pupù. Lo cambi e torna contento. Passettino.

E’ la vita. E’ normale. E’ giusto. La maggior parte delle volte è così. La maggior parte. Non tutte.

Ci sono alcuni casi, alcuni momenti, terribili momenti, in cui non funziona così. Non funziona per niente. Lui piange. E basta. Piange, sempre. Qualsiasi cosa succede. Non c’è alternativa. Il pianto perpetuo. Forse che hai fame? Ecco la pappa. Piange. Hai fatto la pupù? Eccoti asciutto e pulito. Piange. Hai sonno? Ninna nanna ninna o.. Niente da fare, piange. Hai caldo? Hai freddo? Ti dà fastidio il pigiamino? Ma non è possibile, ti ho preso quello coi bottoni davanti. E qui devo aprire una parentesi.

Quando è nato mio figlio sono andato a comprargli i pigiamini, ovviamente. E cosa scopro nel negozio? Che tutti i pigiamini per bebè hanno i bottoni sulla schiena. Patacche d’acciaio grandi come monete. Ho chiamato il commesso. «Cioè, mi faccia capire una cosa, perché l’unico indumento che dovrebbe indossare ‘sta creatura di pochi giorni, che passa la maggior parte del suo tempo a dormire sdraiato, ha dei bottoni grossi così sulla schiena? A lei piacerebbe dormire su dei bottoni duri e di metallo? Ma chiccazzo li ha pensati ‘sti pigiamini. Paperino?!?». «Nessuno si è mai lamentato», mi ha risposto l’imbecille. «Nessuno si è mai lamentato?!? Ma lo vede? Suppongo non le abbia mai fatto neanche i complimenti!!». Cretino. Comunque non era il solo, perché per trovare un pigiamino senza bottoni sulla schiena ho dovuto girare dieci negozi. Una cosa che non ci si può credere.

Comunque mio figlio non dorme su bottoni grossi, duri e di metallo, quindi, per tornare al nostro momento infernale, piangeva e piangeva e piangeva senza motivo.

Ora, io lo so cosa pensate. Che un motivo c’è sempre. Che manca l’esperienza. E qui vi volevo. Perché quando arrivano quei momenti, quei terribili momenti, in cui piangono ebbasta, non crederete mica che non si chieda aiuto, vero? E a chi chiedi aiuto? Alla voce dell’esperienza, ovvero i nonni, ovvero i tuoi genitori. Ecco, se c’è una cosa che non dovete MAI fare è questa: chiedere aiuto ai nonni. Se ne escono con una serie di teorie tra le più strampalate, e te le vendono con tale sicurezza che tu non puoi fare a meno di credergli ciecamente. «Se non lo sanno loro…». La più diffusa, quella che usano sempre, in qualsiasi situazione è «saranno i denti». Per qualsiasi cosa, «saranno i denti». Eh già, sarà un dentino che deve uscire e piange. Tu ci credi. E’ tua madre che te lo dice, se non ha esperienza lei. E allora usi ogni genere di puttanata. Ciucci speciali anti-mal di denti, mordi gomma da tenere in frigo così glieli infili in bocca ghiacciati a mo’ di anestetico, ghiaccioli, pomatine, ciondoli portafortuna. Alla fine gli dai anche gli ossi come ai cani, ma niente, lui continua a piangere. E sapete perché? Perché i denti non c’entrano un cazzo. Mai. E pensi: «Chissà da piccolo mia madre cosa mi avrà mai messo in bocca per pensare che avessi mal di denti». E infatti poi glielo chiedi e sai cosa ti risponde? «Non mi ricordo. Forse tu non hai mai sofferto di mal di denti». Ma porc…

In ogni caso, se avete nonni che danno consigli siete fortunati: al massimo non li seguite. Se avete invece gli “interventisti”, allora mi spiace per voi, non c’è più nulla da fare. I nonni interventisti sono quelli che, se anche per caso ti fai sfuggire al telefono che il bambino ha fatto, chessò, una puzzetta, tempo di finire la telefonata e suona il campanello: sono loro, già lì in casa, non si sa come sono arrivati, evidentemente vivono sul pianerottolo, belli pronti a intervenire per risolvere la situazione. Sono lì per aiutare, sia ben chiaro. Entrano neanche fossero Mary Poppins e con grandi passi si avviano veloci e mirati verso il bambino, lo prendono in braccio tra mille «vieni qui piccolo, ora c’è la nonna, cosa c’è, non stai bene?» e poi cominciano a fare ogni genere di azione insulsa. La più comune? Tap, Tap. Pacchette sulla schiena. «Non hai digerito?». Tap, Tap. Ma cosa mai dovranno fare ‘ste pacchette sulla schiena? Cos’è, un esorcismo? Si è visto mai che uno che non ha digerito si fa dare delle pacche sulla schiena? «Vuole un digestivo, un caffè?». «No, grazie, pacche sulla schiena per favore. Due». Al massimo, se ti va qualcosa di traverso, ti fai dare uno sberlone per sputarlo fuori. Uno sberlone è quello che darei io agli interventisti. Ma cosa credi che, se vieni tu, il bambino improvvisamente si illumina d’immenso?!?

No, grazie, io dell’aiuto dei nonni ne faccio volentieri a meno.

Chiedi alle altre mamme, agli altri papà amici, direte voi. Certo. Come no. Quelle mamme e quei papà che hanno avuto il bambino il tuo stesso giorno, li incontri al mattino, un mese dopo il parto, e sembrano Ken e la Barbie e non fai in tempo a salutarli che ti aggrediscono con «che bello che bello che bello il nostro Alex! E’ un bambolotto, va a dormire alle 20 e si sveglia alle 8, sorride sempre, mangia tutto, è simpatico e socievole, siamo in Paradiso». Tu li guardi dalle due fessure che sono diventati i tuoi occhi dopo un mese di insonnia e cerchi di dire qualcosa, poi, per caso, ti accorgi di essere uscito in strada ancora in pigiama e, preso dallo sconforto, ti esce solo un «Eh, il mio no, si vede che avrà problemi intestinali e non riesce a fare la cacca». E per tutta risposta arriva un «perché fanno la cacca?». E’ a quel punto che realizzi che loro hanno davvero una bambola giocattolo, non un bambino vero.

No, no, niente aiuto da certi amici. Pediatra e farmacie sono fuori discussione. Se non volete riempirvi la casa di cagate, evitate. Altrimenti, in men che non si dica avrete a disposizione collana d’ambra calmante da mettergli al collo, orsacchiotti foderati di erbe da riscaldare sul calorifero, insomma cianfrusaglia che, ovviamente, non funziona. Almeno l’orsacchiotto fosse pieno di marijuana, magari…

La verità è una sola: non c’è nessuno a cui chiedere aiuto, siete soli. Tu e lui. Dopo che hai fatto tutto il razionalmente plausibile, quello che rimane è l’impossibile. Cominci a fare il circo, il pagliaccio. Pensi, se lo faccio ridere, smette di piangere. E allora vai di linguacce, balli, pernacchie, strabuzzi, filastrocche, facciacce, orecchioni, strizzate, occhiacci, occhietti. Niente, è ancora lì che piange. Ormai sono le 4 del mattino e non ti resta che giocare l’ultima arma. La più estrema. Quella che non vorresti usare MAI. Uscire. In macchina. Soli nella notte. Mentre ti prepari, ti convinci che, andando in auto, sicuramente smetterà di piangere e si addormenterà. L’aria fresca. Il movimento. Il dondolìo. Sì, si addormenterà. Ci metti mezz’ora per uscire. Devi vestirti tu, vestire lui, e poi il seggiolone, e il biberon che magari ha sete, il ciuccio, il bavaglino, i pannolini, le salviette, il ciuccio di ricambio che il primo sicuro lo sputerà sul piscio di cane. Quando esci nella strada deserta, al freddo, carico come un mulo, con questa sirena urlante in braccio, che non smette un attimo di disperarsi, e ti avvii verso l’auto, un attimo di disperazione ti coglie. Ma poi torna la certezza che, una volta in auto, finalmente lui starà bene. L’aria fresca. Il movimento. Il dondolìo. Sali. Accendi il motore. Stai per partire, ma ti fermi un attimo: «Ma dove cazzo vado a Milano alle 4 e mezza di notte con un infante?!? Faccio il baby puttan tour?». Fa niente. Pensi al “movimento”, al “dondolìo” e parti. Dopo un’ora che giri come un pirla, ormai non senti più nulla. I timpani ascoltano ancora i pianti del bambino, ma il cervello no, si è sconnesso. Per autodifesa. Decidi di tornare a casa, mica che adesso mi becco pure il traffico del mattino… Ritiri giù tutto, infante, biberon, ciucci, seggiolino, pannolini, salviette, stai per entrare nel portone come un pezzente e ti togli una piccola soddisfazione. Perché con la coda dell’occhio lo vedi, è Ken, anche lui in macchina che gira come un pirla con la sirena urlante nel seggiolone di dietro. Un Paradiso, eh? Un bambolotto? Tze.

Torni in casa sfinito. Ti sembra di impazzire. Lui piange. Senza sosta. Insomma, cosa vuoi da me? Che c’è? Io devo dormire ogni tanto, non sei stravolto anche tu? Per caso allo specchio scorgi un fantasma, uno spettro e allora ecco che comincia a salire. Io avevo una vita prima. Ero un essere umano prima. E allora sale sempre più forte. Per tutta risposta arrivano altri pianti. E allora esplode. La rabbia. La rabbia per non riuscire a farli stare bene e quindi per non riuscire a stare bene noi stessi. Che è poi anche la madre di tutte le rabbie.

Ora mi tocca aprire un’altra parentesi. Basta con ‘sta storia dei pacifisti. Siamo animali violenti. L’Uomo è violento. Primitivamente violento. E i bambini, che sono esseri primitivi, sono lì a dimostrarcelo. Già il fatto che piangano e che ti costringano a stargli dietro è una forma di violenza passiva esasperante. Poi appena crescono, appena imparano a camminare e ad afferrare le cose, non è che siano gentili. Che dicano ai loro amici, «Scusa, per favore, mi presti il tuo gioco». No, glielo strappano via dalle mani brutalmente. «E’ mio!». Si ammazzano per una caramella. Non venite a dirmi che fanno così solo i maschietti. No, no. Ho visto bambine sradicarsi i capelli a vicenda con una cattiveria insospettabile per possedere un bambolotto. Del resto è uguale uguale a come fanno poi da grandi per i bambolotti cresciuti che poi siamo… noi uomini. No, ve lo dico io, la violenza, che è figlia della rabbia, fa parte della nostra vita, bisogna accettarla.

Per questo la capisco la Franzoni. Gli è arrivato uno di quei momenti lì, quei terribili momenti, e si è distratta. Al posto di sfogare la sua rabbia contro un cuscino, di bestemmiare al cielo, di gridare un liberatorio «basta!», ha fatto la drammatica, imperdonabile, orrenda, cazzata che nessuno dovrebbe mai fare.

Quei momenti lì, quelli dove sta per arrivare l'”effetto Franzoni”, come lo chiamo io, sono anche quelli che più ti insegnano la magia della vita. Quelli dove capisci che tuo figlio appena nato sta già dandoti grandi lezioni. Non hai dormito per mesi, sei uno straccio, un fantasma, lo spettro di te stesso, non sei più riuscito a fare nulla, se non sopravvivere. Quando, insomma, arrivi al punto in cui pensi di non avere più forze, che «oltre non posso andare, non ce la faccio più», quando arrivi lì, scopri che invece ce la puoi fare ancora, che puoi andare oltre. Che DEVI andare oltre, perché loro non hanno che te. Muoiono, se non li aiuti. Quindi capisci che o morirete in due o ce la farete in due. E allora vai oltre e sposti il limite. E poi capisci che quel limite lì lo puoi spostare sempre un po’ più in là, che la forza c’è, che ce la potete fare, che ce la dovete fare. Infatti ce la fate. E solo dopo che ce la fate, ecco, non piange più. Forse piangeva per metterti alla prova. Ma non importa più. Ora vi godete il silenzio. Potete finalmente riposarvi un po’.