A proposito di femminismo e di che può vuol dire oggi essere femminista, ho letto un articolo molto interessante di Luisa Betti, giornalista del Manifesto, dal titolo «Femminismo, la sfida giovane».

Sul sito del giornale non si trova la versione integrale, ma potete ripescare il Pdf, anche se, tecnicamente, è una cosa brutta e non si fa.

Dal quattro al sei ottobre si è svolto a Paestum il secondo grande incontro del femminismo italiano: tre giorni di discussioni di donne per le donne. Un tema assai ampio – anzi direi, assai generico – la libertà, e laboratori su economia, democrazia, maternità, sessualità, welfare, relazioni. Novità assoluta della manifestazione, le giovani leve, la generazione che va dai trenta ai quarant’anni. Le eredi, se così si può dire, della vecchia guardia. Doveva essere una sorta di passaggio di testimone e invece…

Come racconta Luisa Betti, lì nella doppia veste di giornalista e moderatrice di uno degli incontri, il tutto si è trasformato in una litigata collettiva, con momenti da psico dramma. Il nocciolo della questione è una diatriba senza fine e zeppa di retorica tra due generazioni: giovani e meno giovani, scegliendo un linguaggio politicamente corretto.

«Le belle speranze che ripongo in questo Paestum partono dal fatto che sono state le nuove leve ad aver organizzato tutto, giovani che dovrebbero essere le protagoniste assolute, con le più anziane soprattutto in ascolto. Sabato mattina l’assemblea plenaria è una sala strapiena, circa 500 donne, ma l’aria che si respira fa pensare che nella vita nulla è più difficile di un passaggio di testimone indolore»

Ecco l’esordio, poi l’articolo continua con il racconto del dibattito – per essere gentili, acceso dibattito – nel gruppo di lavoro «Sesso, amore e violenza», per poi culminare nella plenaria finale. Divise su tutto: dal femminicidio alla legge Bossi-Fini.

«L’aria è tesa, troppo tesa. Come due filoni separati, ci sono le proposte delle giovani e le dichiarazioni delle storiche: la voglia di agire e quella di rifletterci sopra».

Finisce se non male, certo non benissimo, tra «chi urla, chi inveisce, chi mi abbraccia e mi bacia». Per una delle partecipanti «il momento del conflitto è positivo, chiarificatore». Sarà. Un po’ come quando litighi con la mamma e poi ti spiace? Tutti questi litigi da donne, che quando si ritrovano in più di due nello stesso spazio si devono beccare per forza, non ci fa certo onore. Si ritenta l’anno prossimo…Forse.

 

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http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/08Oct2013/08Oct20133a3592bf73858817ee9c15356a5ebdad.pdf