Non so ancora se mio figlio è davvero un guerriero, ma glielo sto facendo credere. E verrà il giorno, ne sono sicuro, in cui mi ucciderà per questo.

Qui, però, siamo già alla fine della storia. Cominciamo dall’inizio. Tutto parte con io che dico a mio figlio: “Non bisogna picchiare gli altri bambini”. E mio figlio che mi risponde: “perché?”. Già, perché? E’ da queste semplici cose che capisci che educare i figli senza strumenti a supporto è un casino, come pretendere di sciare senza scarponi.

Sono ateo e non ho battezzato i miei figli. Io e la mia compagna abbiamo deciso di seguire una strada laica nell’educazione dei nostri giovani uomini, in linea con il nostro modo di essere. Se trasmettere certi valori, una morale, vi sta a cuore, allora bisogna ammettere che i laici sono tremendamente in difficoltà su questo fronte. Anzi, per un laico, oggigiorno è un vero e proprio inferno l’educazione morale dei figli.

Da una parte, nelle religioni, vi sono dei riferimenti scritti precisi, con delle regole secolari che tracciano in maniera evidente il confine tra bene o male. Dall’altra parte, invece, non c’è nulla. Da una parte hai tutta l’attrezzatura per sciare, insomma, dagli sci agli scarponi, alla tuta; dall’altra sei nudo in una tempesta di neve.

Anche il laico non evita (non può evitare) le grandi domande dell’esistenza: Chi siamo? Da dove veniamo? Né può rifiutarsi di interrogarsi su temi come la morte. Il laico deve affrontare questi argomenti senza il conforto di una fede, senza riferimenti.

Gli strumenti del laico sono la ragione e il buon senso, terribilmente deboli rispetto alla potenza di un immaginario religioso, almeno nella comunicazione genitori-figli.

“Non picchiare gli altri bambini, altrimenti finisci all’Inferno” è una comunicazione semplice, immediata e per questo terribilmente efficace: se agisco in una certa maniera creo una conseguenza che è svantaggiosa per me, quindi è meglio non farla.

“Non picchiare gli altri bambini, perché è sbagliato”: qui la comunicazione è indefinita, sospesa, quindi non efficace; non si chiariscono i motivi per cui dovrebbe essere sbagliato, non ci sono conseguenze alla mia azione.

Uso questa estrema semplificazione per sintetizzare una questione in realtà molto complessa e piena di sfaccettature, ma questa non è la sede per approfondire in tal senso. I laici, insomma, sono “zoppi”. E oggi sono azzoppati più che mai perché sembra che il laicismo non sappia più proporre valori, né che sia interessato a cercarli. Viviamo in un’epoca industriale che ha eretto il denaro e il profitto a unico Dio, spazzando via qualsiasi valore religioso, spazzando via la magia, i simboli, il mito. Nell’era in cui viviamo porsi certe domande (chi siamo? da dove veniamo?) è una perdita di tempo, e il tempo è denaro: meglio non pensarci. I laici sembrano essersi arresi al consumismo, dove non è più una questione di giusto o sbagliato ma tutto è ridotto a “mi piace”-“non mi piace”. (Ve ne ho parlato in Denaro, paghette, baratti e bambini; e in Uomini e mercanti).

Eppure io credo nelle virtù, vorrei trasmettere dei valori che mi sembrano importanti ai miei figli. Come fare? Intanto bisogna avere ben chiaro in mente le virtù da comunicare ai figli. Aspetto sul quale non mi dilungo, ognuno ha una sua “classifica”, sebbene nella storia dell’Uomo e nelle varie culture siano sempre più o meno citate e universalmente riconosciute il coraggio, l’onestà, la saggezza. Chiarito questo, rimane il problema: come comunicare in modo efficace senza modelli di riferimento?

Il modello di riferimento, siamo noi stessi, direte voi. Ma l’autoreferenza non è mai convincente: quanto è innervosente sentire frasi del tipo “è così perché lo dico io” oppure “fidati del papà che dice sempre cose giuste” o ancora “capirai quando sarai più grande”. A me queste risposte non hanno mai convinto, anzi.

Ebbene, sto sperimentando un metodo che chiamo “la filosofia del guerriero“. L’idea è quella di oggettivare un ipotetico ideale modello virtuoso e proporlo come riferimento, facendo credere che noi stessi siamo quel modello. Giuro, non è una supercazzola.

“Noi siamo guerrieri”, dico ai miei figli, “e i guerrieri si comportano così”. Lo uso in tutti i contesti. Ci si deve lavare i denti? “I guerrieri si prendono cura del proprio corpo, noi siamo guerrieri, quindi tu ti devi lavare i denti”. “I guerrieri non se la prendono con i più deboli, noi siamo guerrieri, quindi non devi picchiare le altre persone”. E così via.

Ho scelto la parola “guerriero” perché è un simbolo ricorrente nel mondo dei bambini (nelle fiabe, nei cartoni animati, ecc.) e perché generalmente nelle sue rappresentazioni include atteggiamenti virtuosi che mi sembrano fondamentali nella vita di un Uomo (i guerrieri sono, infatti, generalmente coraggiosi, onesti, saggi, ecc.). Inoltre, il guerriero fa parte di un immaginario immediatamente riconoscibile da un bambino, quindi rende la comunicazione semplice, immediata, potente.

E’ un trucco, un inganno, ma sta funzionando. Con precise caratteristiche che invito anche i lettori a giudicare, perché chi scrive non ha nessuna competenza pedagogica. Vi elenco le caratteristiche.

– E’ un’educazione con una essenza sostanzialmente anarchica: invita ad agire non per obbedienza a un “capo” o a una “regola”. Allo stesso tempo promuove un modello diligente, responsabile; si affida al buonsenso, alla logica.

– Il guerriero siamo noi, quindi è mobile, in evoluzione, non è “cosa ferma”. Non ha delle regole scritte intoccabili. In questo senso è altamente dinamico, elastico, in grado di adattarsi alle situazioni e di conseguenza più aperto alla diversità, alla tolleranza e al rispetto degli altri. Inoltre, essendo dinamico, apre al senso del giusto legato a uno spazio/tempo: il bene e il male non sono riferimenti assoluti, ma cambiano a seconda delle situazioni.

– Implicitamente invita a guardare se stessi, a confrontarsi con se stessi per affrontare le cose del mondo. Il confine del bene e del male è tracciato da noi, non da un’entità esterna: siamo noi in prima persona chiamati a fare delle scelte, a caricarci della responsabilità di capirci e capire il mondo.

– Alla laicità del mi piace/non mi piace contrappone quella del giusto/sbagliato. E’ il modello proposto a indicare il giusto e lo sbagliato: può non piacerti, ma se scegli, se hai il desiderio di aderire al modello, allora ti sforzerai di imitarlo anche se qualcosa non ti piace.

-Non vi è conseguenza minacciosa alle nostre azioni, non c’è il “timore di Dio”, non c’è punizione. E’ un’educazione tutta in positivo.

So bene dove porterà tutto questo. Noi genitori siamo eroi per i nostri figli. Questa faccenda della “filosofia del guerriero” esaspera la parte eroica dei genitori. Perché per proporre un modello virtuoso credibile, i primi ad essere virtuosi dobbiamo essere noi stessi. La filosofia del guerriero, quindi, funziona a doppio senso, sia per i figli, sia per i genitori. Quando i nostri figli cresceranno probabilmente vedranno che non siamo eroi, e che non lo sono nemmeno loro. (Ma invece lo siamo e bisogna crederci, ma questa è un’altra storia). Il disincanto potrà distruggere il guerriero. E, come dicevo all’inizio, vorranno ucciderci per questo. Va bene così.

Quindi questo metodo non funziona? Tutt’altro. E per dimostrarvelo riporto un singolo aneddoto:

Dopo 48 ore di veglia per assistere un bebé con febbre a 40, papà e mamma se ne escono nervosi con scatti di rabbia per inezie. Pure Marco, il fratello di 5 anni, spaventato da incubi e sveglio alle 6 perché ha fame, è preso a brutte parole. Ci rimane male.

Papà: “scusa Marco, io e la mamma siamo stanchi, non siamo arrabbiati con te, ma con la situazione”

Marco: “sì, ma dovete cercare di controllarvi”

Papà: “hai ragione. E’ difficile quando sei stremato”

Marco: “fate come me”, e si mette due dita sulle tempie, “vi fermate e vi controllate”

Papà: “…”

Marco: “se ci provate siete degli eroi. Se non ci provate non siete degli eroi”

Papà e mamma si guardano: “Giusto. Allora scegliamo di essere degli eroi”.