Gli anglosassoni li chiamano playgrounds. Cioè “terreni di gioco”. Noi parchetto, parchi gioco, o, come piace a me, giardinetti. Ecco, i giardinetti sono un incubo. E anche la salvezza dell’umanità.

Sono quei posti dove, finito l’asilo o la scuola, si riversano tutti i bambini. A Milano, dove vivo, ce n’è uno ogni 100 metri, eppure sembrano non bastare mai (qui trovate una mappa di quegli italiani). Provare per credere. Dalle 16,30 in poi c’è una folla che non si riesce a camminare. I bambini non giocano, sopravvivono. Per i più piccoli è un vero e proprio corso per evitare morte e menomazioni varie. Per i genitori, appunto, un incubo.

Sei all’aperto ma il frastuono è incomprensibilmente simile a quello di un centro commerciale nell’ora di punta prima di Natale durante una svendita con sconti del 90%. Il vociare dei bambini ti entra dentro nel cervello rendendoti dopo pochi minuti simile a una mucca: persa la capacità di pensare vorresti solo masticare qualcosa per passare il tempo.

Invece devi stare desto, attento, vigile. Non puoi distrarti un attimo. Io ne ho uno di due anni e uno di sei, ognuno con amici ed esigenze completamente diverse. Per seguirli entrambi devi sviluppare capacità multitasking che ogni volta ti portano vicino all’ictus.

Quello piccolo ovviamente va seguito come un’ombra. Eccolo là che corre, guarda come ha imparato bene, ma no, no, così ti ammazzi, stai dove stanno gli altri, non sul cancello pericolante. Dai, fai lo scivolo, no, non puoi salire da lì, devi fare le scale, no, non lanciarti giù dalle scale, e nemmeno dal lato scivolo, devi solo, appunto, scivolare. Ecco così. Attento che ci sono i bambini con i monopattini. No, quella che ti ha investito era una bici, non piangere, non ha fatto apposta, adesso passa. Occhio che la palla è del bimbo biondo, sì gliela devi restituire. No, lì sopra non puoi arrampicarti è per i bambini più grandi.

Poi magari ti distrai un secondo per parlare con un altro papà ed ecco, zac, lo vedi con la coda dell’occhio che corre giulivo verso le altalene. Il papà con cui stavi parlando non ti vede più, sei sparito alla velocità della luce come Flash, lasciando sospeso a mezz’aria il bicchiere di Coca Cola mescolato coi ricostituenti e ti sei fiondato al grido di “Atttentoooo”! Lo acchiappi al volo proprio appena un attimo prima che l’altalena col bambino ciccione che sta cercando di battere il record olimpionico di spinta verso il giro della morte gli stacchi la testa. Il tuo bimbo ride, inconsapevolmente beato. Vuoi andare sull’altalena? Bello lui…

Intanto hai dovuto sacrificare uno dei due figli al suo destino. Hai optato per il grande pensando che corre meno rischi, in fondo ha più possibilità di sopravvivere per due ore qui dentro. Invece, eccolo là, in strada a recuperare un pallone. Cosa fai? Torna qui. E’ pericoloso. Mi chiami che vado io la prossima volta. E’ già una pozza di sudore e polvere da far schifo, ma va bene così, pensi. La vita è sporca.

Dov’è finito il piccolo? Eccolo là che corre in mezzo a uomini alti il triplo di lui. Un miracolo di tenacia. Credo che non si renda conto di essere più piccolo. Vuole partecipare a tutto. Se li vedesse guidare un’auto, guiderebbe un’auto senza problemi.

Poverini, questa pericolosità non è neanche tutta colpa loro. Dei bambini intendo. Ci sono anche i giochi nei giardinetti, parecchi studiati apposta per il contenimento demografico. Davanti a casa in Benedetto Marcello ho una specie di ruota che gira, inclinata, cosicché se ti ci metti a cavalcioni nella parte alta e cominci a girare, arrivato alla parte bassa ti si frantumano le gambe dal ginocchio in giù.

Al parco Lambro e al Forlanini hanno messo degli scivoli che sono opere d’arte, sculture: tanto belli a vedersi, quanto pericolosamente mortali a scivolarci sopra, visto che non hanno le pareti di contenimento, sono piatti… In ogni caso in giro per il mondo c’è di peggio, beccatevi la gallery in fondo al post.

Eppure i giardinetti sono davvero un luogo magico. Lasciando perdere la recente inutile polemica sulle mamme che guardano gli smartphone al posto dei figli i giardinetti per me sono uno degli ultimi baluardi di vita reale contro l’imperante “digital lifestyle” che ormai sta mangiandosi le nostre vite.

Se vuoi, i giardinetti sono un luogo di confronto interessantissimo.

Quelli sotto casa mia hanno un meraviglioso gruppo di mamme che condividono esperienze, opinioni, amicizie, tanto da ricordarmi i vecchi borghi di paese, una sorta di baluardo di vita preindustriale.

I bambini scoprono sé stessi nel confronto libero con gli altri senza limiti di età, sesso, razza, cultura.

Già da piccoli hanno una naturale diffidenza per il diverso, che superano agevolmente: ho organizzato partitelle a calcio che erano davvero “mondiali”, tra cinesi, pakistani, egiziani, nigeriani e italiani…

A proposito di razze e culture diverse: ai giardinetti scopri quanto sia difficile dialogare con le altre comunità. Sotto casa mia c’è un gruppo di pakistani, per esempio, che ha ritmi di vita completamente diversi dai nostri. Mamme e bambini arrivano molto tardi, dopo le 18 e si fermano fino anche alle 22 d’estate. A un certo punto, appena le mamme italiane si ritirano nelle loro case per la cena, stendono dei coloratissimi teli e fanno persino pic-nic.

E’ difficile scambiare due chiacchere con loro perché la maggior parte delle volte conoscono poco la lingua. Una mamma italiana però è riuscita a intraprendere uno scambio di ricette. Risotto contro cous-cous. Tramite i figli, che sono più disinvolti e conoscono l’italiano meglio perché frequentano le nostre scuole.

Sono bambini curiosi e sembrano sempre lumare i giocattoli degli altri, forse perché loro ne hanno meno, penso per una questione culturale più che economica.

Queste famiglie straniere sono spesso agiate. Ma hanno delle regole di vita tutte loro, che non aiutano a distendere i rapporti con chi vive qui. C’è per esempio una famiglia egiziana, lui con un’impresa edile e cinque figli. Qualcuno voleva regalare un giocattolo a uno dei figli e la mamma non ha voluto. Forse uno scatto d’orgoglio, non si accetta l’elemosina. Ma vagli a spiegare che non era elemosina…

Se chiedi alle mamme italiane come vanno i rapporti, ti dicono che gli avvicinamenti sono lentissimi. Una ha avuto un figlio compagno di classe di un indiano del Rajastan ricchissimo, la famiglia commercia in pietre. La madre ha cominciato a parlare con gli altri genitori e partecipare alle feste dopo cinque anni.

Insomma i giardinetti sono anche una interessante fotografia di questa nuova Italia multi-razziale, con le sue difficoltà di integrazioni, ma anche un terreno di gioco per i genitori per confrontarsi realmente con il mondo. E magari unirsi e darsi una mano per risolvere i problemi.

Come quella della piccola senegalese che abbiamo adottato tutti, perché praticamente vive ai giardini mentre i genitori sono al bar. Ha otto anni e sembra un’amazzone, con un carattere da maschiaccio e l’indole del capo. O si fa come vuole lei o tutti a casa. Bè, insomma, a rischio di prendersi uno sganascione qualcuno è andato a parlare al padre e ora sembra essere seguita meglio. O la colletta per portare cibo e oggetti utili ai profughi siriani che stanno vivendo in Stazione Centrale.  Mentre penso che qui, ai giardinetti, sono in mezzo al mondo al posto che guardarlo su uno schermo, mi ricordo dei miei bambini.

Una bimba sta insegnando a disegnare per terra al mio figlio piccolo atteggiandosi da mamma. Il grande sta scambiando figurine con il vicino di casa. Sarebbe ora di andare a casa. Magari mi fermo ancora un po’, qui ai giardinetti in fondo non si sta così male. 

Fonte foto gallery www.darlin.it