Con l’arrivo (tsunamico) di mia figlia in quella che era una vita spassosa, libera, leggera, un po’ a cazzo sulla tabella degli orari, tutto è diventato complicato.

Anche la più piccola e insignificante attività, tipo quella di tagliarsi le unghie con le tronchesine, si è tramutata nella tredicesima fatica di Ercole.

Le mamme, quelle di primo pelo, quelle che “quanto è meraviglioso vivere il quotidiano con i propri figli” sono delle pure incoscienti, credete a me.

Io ci sono cascata a testa in giù in questa infida trappola. E mi è bastata una sola volta per capire che razza di suicidio comporta aggirarsi in un ipermercato con l’anticristo versione mignon infilata nel carrello, tanto per dirne una.

Parto con la macchina, la bambina ben sistemata nel seggiolino, con la lista di cose da prendere divisa pure per settori (verdure, carni, colazione, cose di casa, cose così), parcheggio e sempre piena di belle speranze estraggo la pargoletta che inizia a dare i primi cenni di smottamento psichico. Si inarca, si irrigidisce, piagnucola, se le capita a tiro si attacca a effetto liana al ciuffo dei miei capelli che puntualmente esce dalla costrizione dell’elastico e ancora ci devo entrare in quel cavolo di supermercato.

Con almeno un dieci centimetri di alone di sudore in zona ascella riesco a prelevare i primi prodotti dagli scaffali. Sono una dea Kalì di tutto rispetto, visto che con l’altra mano cerco di distrarre la mostriciattola che vuole scendere e me lo fa capire con un urlo da abbattimento muro del suono.

La pazienza è già al capolinea e io devo ancora dare il via alla procedura per la scorta settimanale. Mi mancano almeno tre quarti di roba da prendere e se uscissi ora mi nutrirei con un cartoccio di vino bianco da cucina e un pacco di fette biscottate.

Lei all’improvviso si calma incantandosi sulla catenella del carrello e, consapevole del miracolo del secolo, serpeggio come una scheggia tra i reparti che nemmeno un supereroe della Marvel.

Riempio il carrello come se fossi prossima all’apocalisse. Mi permetto pure di allontanarmi di qualche metro volgendole le spalle. Poi di nuovo mi volto e Lei nel carrello non c’è più. Attimi di panico. Le persone vicino a me è come se avessero davanti un’opera di Picasso vivente, sono contorta in una smorfia di terrore. Qualcuno me l’ha presa, rapita, si è dileguata, sciolta con l’ossigeno.

Tengo stretta tra le mani la paura e la passata di pomodoro, finché una signora mi si avvicina con garbo e prudenza avvertendomi: “mi scusi, ma questa è la mia spesa”.

Riacquisto il contatto con la realtà e realizzo che Lei è sempre sul mio carrello e che in effetti dovevano insospettirmi i 10 chili di sabbiolina per lettiera del gatto (che non ho) e la crema fissativa per dentiere.

Mi riapproprio del carrello + figlia che è sempre stato lì dove lo avevo lasciato, sistemando la mia totale figura di merda tra le banane e la scorta di tonno, e vado verso la cassa come una rimpatriata da una crociata.

La cassiera fa le smorfie a Lei che se la ride all’apice del suo paraculismo. Mentre insacchetto sono tutti intorno a “ma che carina questa bambina così buona e dolce”.

Pago, ricarico le buste e Lei di nuovo s’inarca, si irrigidisce, piagnucola e mi tira il ciuffo di capelli.

A casa mi accoglie Lui che mi guarda preoccupato:«che ti è successo?!»

Dotata di chiaroveggenza, so già che tradurrebbe «sono andata a fare la spesa!!» in “e che sarà mai”.

Perciò la strategia sarà quella di chiedergli con gli occhioni da gatto di Shrek di andarci lui la prossima volta a sperimentare il viaggio lisergico in un supermercato con la figlia. E che non si dimentichi la lista della spesa accuratamente divisa per settori, che sono una pratica io…