Ministra, avvocata e chirurga? E se il commercialista o il giornalista non sono una lei, ma un lui? Il tema è ricorrente: se le donne iniziano – finalmente – a conquistare i posti di lavoro tradizionalmente dominio assoluto degli uomini, sarà il caso di cambiare il nome alle professioni?

A mio parere, no, anzi, chissenefrega. Ma potrà mica essere un problema? E invece.

Come si suol dire, con un luogo comune davvero tremendo, qui si apre il dibattito. C’è chi lo considera inutile, chi un capriccio e chi una battaglia. Sul blog del Corriere della Sera La27ora ne ha parlato appena qualche giorno fa Paolo di Stefano, che riporta anche l’illustre opinione dell’Accademia della Crusca:

«L’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga, avvocata o avvocatessa, architetta, magistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali».

Sul sito dell’Accademia nel mentre si è scatenato l’inferno, con numerosissimi e dottissimi post a favore o contro. Qui sotto, in esclusiva per i lettori di Paper Project, un’accurata selezione, che chiamerei «Best of the Posts».

«Trovo curioso, inoltre, che le resistenze all’uso di neologismi come femminicidio non vadano di pari passo con il rifiuto di nuove parole derivate dalla tecnologia o da influenze anglosassoni. Il problema, in realtà, non è il linguaggio ma il tentativo di negare alle donne, a quei ruoli, l’esistenza. Di riconoscerle in quanto donne e in quelle funzioni o professioni». Tiziana Bartolini

«È giunta l’ora che anche il comune linguaggio diventi grammaticalmente corretto e non sessista. Avvocatessa no infatti, avvocata sì». Ambra

«Il mutamento dello status sociale della donna nel corso degli ultimi decenni non dovrebbe, a mio parere, portare a una facile ed incontenibile interferenza-esigenza sul piano linguistico. Il linguaggio non è, nè deve essere, campo di discriminazione o di estremizzazione della tutela del ‘sesso’ biologico (…comunque, considerati i tempi, e tenuto conto del sesso psicologico, si è sempre sicuri di centrare il bersaglio??)». Joe

«La lingua è sì in continua evoluzione, ma mi pare opportuno precisare che si sta degenerando in un maniera alquanto oltraggiosa, avremmo bisogno di “sciacquare di nuovo i panni nell’Arno” come disse il buon Manzoni. Comunque utilizziamo quotidianamente anche il vocabolo “professoressa” , e non solo, e non vedo il motivo sul perché non potremmo utilizzare anche “ingegnera”». Salvatore Izzo

«Non vedo perché si debba distinguere se un chirurgo sia uomo o donna, è un professionista e questo mi basta, il voler distinguere a tutti i costi, svilisce talvolta la donna stessa!». Marco

«Quando la lingua vuol essere un paravento, molti dei giornalisti che si affannano per usare il termine “ministra”, che francamente trovo orribile, poi appioppano il pronome gli al posto di le… vediamo di essere seri per favore!». Fabio Dessole