Avevo un lavoro a tempo indeterminato, un ruolo gratificante in un’azienda prestigiosa e un ambiente di lavoro sereno. L’ufficio era a cinque minuti da casa e andavo a lavorare in bicicletta.

Dopo la gravidanza gemellare, la maternità anticipata e un’astensione dal lavoro molto lunga, la situazione era un po’ cambiata…

Il team si era allargato e l’ufficio era stato trasferito in una sede più grande a 30 km di distanza. Il mio ex capo mi aveva concesso il part-time a 6 ore ma la policy aziendale, che nel frattempo era cambiata, lo prevedeva solo fino al compimento dei 3 anni d’età dei figli.

Al mio rientro sono seguiti due anni di sacrifici, per me e per i miei genitori, che si erano offerti di accudire le gemelle per evitare di farci sostenere folli spese per l’asilo nido.

Speravo che, potendo iscrivere anticipatamente le bambine alla scuola materna, la situazione potesse migliorare ma non avevo fatto i conti con bronchiti e malattie infettive, che immancabilmente venivano a farci visita nel weekend e restavano a farci compagnia per almeno una settimana.

E poi le crisi di pianto, la nostalgia e i musi lunghi al mio rientro che mi facevano sentire tremendamente in colpa

La crisi economica imperversava, ma dopo diverse richieste di trasferimento mai accettate e un migliaio di curricula inviati, decisi di lasciare il lavoro per stare a casa a fare la mamma.

Fu un sollievo per tutti: per me che non facevo più lotte contro il tempo, per le bambine che all’uscita dalla scuola materna trovavano la mamma e anche per i nonni che avevano ricominciato a vivere.

Qualche mese dopo mi si presentò un’opportunità di lavoro in una grossa multinazionale: contratto di sostituzione maternità, vicino a casa e part-time. Non potevo rifiutare.

Mi sono rimessa in gioco, ricoprendo un ruolo nuovo e con parecchie responsabilità, in un ambiente diverso da quello a cui ero abituata ma con una “capa” che ancora ringrazio per tutto ciò che mi ha dato professionalmente e umanamente.

Ho capito che un impiego part-time e vicino a casa era l’ideale per riuscire a conciliare la mia situazione familiare con il lavoro, per dipendere dagli altri il meno possibile, per vedere crescere le mie bambine come avevo sempre desiderato e per sentirmi realizzata professionalmente. In fondo lavorare part-time non significa lavorare di meno, ma portare a termine gli incarichi e raggiungere comunque gli obiettivi in meno ore e senza sprechi di tempo. Basta rinunciare alla pausa caffè e alla chiacchiera con la collega.

Sono rimasta nello stesso gruppo per altri tre anni, ricoprendo altrettanti ruoli, sempre part-time, e passando per due diverse divisioni. Alla conclusione dell’ultimo contratto non c’erano posizioni vacanti che potessero farmi sperare in un’assunzione definitiva.

Oggi non mi definisco disoccupata perché sono troppo impegnata a reinventarmi e a costruire qualcosa (non ancora ben definita) per me… e per lavorare a nuovi progetti occorre molto tempo. E anche se l’idea di non poter contare ogni mese su uno stipendio fisso mi spaventa, se potessi tornare indietro rifarei esattamente le stesse scelte.