Il numero di coppie che riscontrano problemi di fertilità è in continuo aumento.

Le cause sono talvolta riconducibili alle condizioni di salute della donna o dell’uomo, ma spesso anche all’età, sempre più avanzata, in cui si decide di provare ad avere un bambino e a uno stile di vita scorretto (abuso di alcol, fumo, caffeina…).

Alcune delle coppie a cui viene riconosciuta la condizione di infertilità decidono di ricorrere alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) per coronare il sogno di diventare genitori.

Negli ultimi mesi si è sentito molto parlare di fecondazione assistita in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dato il via libera alla fecondazione eterologa anche in Italia, dove prima era assolutamente vietata.

Noi di Paper non vogliamo assolutamente improvvisarci esperti, né sostituirci in nessun modo a un parere medico, ma vorremmo dar voce a chi ha deciso di intraprendere il percorso della fecondazione assistita, omologa o eterologa, e ha desiderio di raccontarsi.

Con le storie e l’aiuto di queste mamme, proveremo anche a capire quali sono i casi in cui si può ricorrere alla fecondazione assistita, cosa c’è dietro a questi paroloni, quali emozioni si provano e quali difficoltà si possono incontrare.

La storia di oggi è quella di una mamma di due gemelle che ha realizzato il suo sogno proprio grazie alla fecondazione eterologa, fatta qualche anno fa in Grecia, quando nel nostro paese non era ancora consentita.
Questa mamma preferisce mantenere l’anonimato, per i motivi che lei stessa ci racconterà, pertanto la chiameremo Simona.

  • LAURA: ciao Simona, grazie per avere accettato di condividere la tua storia con i nostri lettori. Vuoi raccontarci com’è iniziata?

SIMONA: tutto è iniziato all’età di 20 anni circa. Ho sentito per la prima volta il termine endometriosi, malattia autoimmune che interessa prevalentemente l’apparato ginecologico, che mi causava forti dolori soprattutto durante il ciclo mestruale e che mi ha portata ad essere operata ben 4 volte e a sottopormi a una cura ormonale sperimentale.
L’endometriosi mi ha portata ad avere una riserva ovarica molto molto bassa, pari a una donna già in menopausa o comunque di età avanzata rispetto alla mia (quando l’ho scoperto avevo 35 anni, non più giovanissima, ma nemmeno così vecchia da non dover più sperare di avere figli).
Ho sempre voluto rinviare il momento in cui avrei potuto diventare mamma, in modo naturale, per tante ragioni: prima perché mi sentivo troppo giovane, anche se mi ero sposata a 24 anni, poi perché volevo crescere lavorativamente e credevo che una gravidanza mi avrebbe ostacolata. Quando finalmente ho deciso di diventare mamma, l’età matura l’avevo raggiunta da un pezzo e ho capito che avevo atteso troppo.
La mia endometriosi aveva camminato sempre di più dentro il mio corpo, si era nutrita delle mie ovaie e nei 4 interventi subiti mi avevano asportato molto tessuto ovarico.

  • L: come avete deciso di ricorrere alla fecondazione assistita e perché avete scelto la strada della fecondazione eterologa?

S: Chi ha una severa endometriosi ha serie difficoltà a rimanere incinta, ma se decide di sottoporsi alla fecondazione assistita allora deve anche accettare il rischio che, se non dovesse funzionare, l’endometriosi potrebbe peggiorare a causa dei farmaci ormonali, di cui l’endometriosi si nutre e ne va veramente ghiotta!
Ero appena uscita da una situazione preoccupante in cui la malattia aveva colpito una zona molto delicata, ma grazie a una cura era regredita fino a scomparire.
Ero così felice di aver scampato un intervento difficile, che può portare serie conseguenze, che non potevo proprio rischiare, o almeno io non me la sentivo fisicamente e psicologicamente.
Ma purtroppo, mentre provavamo ad amarci nella speranza di diventare genitori e colmare un senso di vuoto che iniziava a farsi sentire, la mia nemica si è rifatta viva e l’ultimo intervento è stato deleterio per le mie ovaie.
A quel punto mio marito mi convinse a provare la strada della fecondazione assistita, ma due centri privati ci comunicarono che l’unica via per noi sarebbe stata l’ovodonazione all’estero.
Mio marito inizialmente fu totalmente contrario, voleva un figlio o solo nostro oppure adottato. Io invece fui propensa da subito, perché non avrei dovuto assumere stimolatori fertili, ma solo degli ormoni per preparare il mio endometrio e il mio utero ad accogliere un microscopico embrione generato dal seme di mio marito e dagli ovuli di una donatrice.
Iniziammo l’iter dell’adozione, lungo e complesso e non pieno di dubbi e timori, ma nel frattempo riuscii a convincere mio marito a intraprendere anche la strada dell’ovodonazione.
Così, mentre facevamo i colloqui con la psicologa e l’assistente sociale per l’adozione, facevamo anche gli esami per l’ovodonazione e prendevamo contatti via e-mail con un centro in Grecia.

  • L: quanto è stato lungo il percorso?

S: Il percorso è stato abbastanza veloce: nessuna lista d’attesa, nessun viaggio prima del transfer. Abbiamo inviato al centro gli esiti dei nostri esami e, quando si sono assicurati che fosse tutto ok, abbiamo spedito anche il modulo compilato con le caratteristiche della donatrice desiderate da noi.
Una volta decisa la data del transfer, è stato definito il giorno di inizio della terapia ormonale.
Nel mese di agosto andammo a Chania, la cittadina greca dove si trovava il centro.
Il mattino successivo al nostro arrivo ci fu il primo incontro con la nostra biologa, che ci aveva seguito a distanza dal primo giorno in cui li avevamo contattati, e il ginecologo, che era anche il direttore della struttura. Mi hanno fatto un prelievo di sangue, mentre mio marito ha donato il seme. Lo stesso giorno hanno prelevato anche gli ovuli alla donatrice.
Dopo cinque giorni mi hanno fatto il transfer di due embrioni.

  • L: quali emozioni avete provato in quei giorni e quali intenzioni avete per il futuro?

S: sapere che fino a poche ore prima, lì nel centro, c’era stata anche la madre biologica mi ha emozionata tanto.
Non ho mai smesso di pensare a lei da quando avevo iniziato la terapia: Ora che fa? Studia ancora? Chissà se ogni tanto pensa a qualche suo figlio genetico in qualche parte dell’Europa. Chissà se si è pentita o meno. Assomiglierà alle nostre bambine?
Non riesco a fingere che non ci sia mai stata o che non faccia parte della vita delle nostre figlie, anche perché abbiamo deciso, ancor prima di partire per la Grecia, che un giorno avremmo detto loro tutta la verità… perché è un loro diritto saperlo e perché è meglio che lo sappiano da noi e non da amici o parenti con la lingua troppo lunga. Ma anche perché, in caso abbiano in futuro delle malattie genetiche, possano capire perché.

  • L: ci racconti il momento in cui hai scoperto di essere incinta?

S: quando siamo tornati nella nostra città, dopo qualche giorno ho ritirato gli esami delle beta ed ero molto nervosa: tutta la calma avuta nei mesi precedenti, nella terapia durata un mese, nelle due settimane in Grecia, è svanita quel giorno.
Ero da sola a ritirarle. Mio marito lavorava, avrei voluto aprire la busta insieme, ma lui non voleva aspettare, quindi gli ho telefonato e l’ho aperta con lui dall’altra parte del telefono.
Ma non capivo i valori e iniziai a preoccuparmi… non perché l’esito non fosse positivo, ma perché lo era fin troppo: il mio valore era molto alto rispetto a quello di riferimento.
Gli ho detto, molto sconsolata, che forse c’era qualcosa che non andava, che avrei subito chiamato la biologa in Grecia per comunicare l’esito e avere delucidazioni in merito.
Appena riattaccai il telefono mi arrivarono SMS e telefonate dalle amiche che sapevano che sarei andata a ritirare l’esito. Parlai con una di loro, infermiera, che mi rispose piangendo: “Sei incinta di due gemelli”!!!
Ci mancava poco che non svenissi all’istante, mi sdraiai sul letto e piansi a dirotto anch’io, non so se più per la notizia di essere incinta o perché probabilmente erano due!
Telefonai alla biologa per avere una conferma o una smentita. Lei poi mi fece i complimenti per i due gemelli dentro di me e mi augurò che non diventassero tre, considerato che era anche possibile che uno si sdoppiasse…
Appena mio marito arrivò a casa gli rivelai il motivo del valore delle analisi così alto e da lì iniziò l’iter delle visite mensili dal mio ginecologo, delle corse al pronto soccorso per perdite e forti mancamenti, degli esami mensili di sangue e urine, delle ecografie e degli esami particolari.
I nostri due piccolissimi esseri sono cresciuti nel mio pancino… in questo mio corpo imperfetto, non ritenuto idoneo a concepire, ma a crescere uno o più embrioni, sì!!!
E devo ammettere che son proprio cresciuti bene: oggi abbiamo due gemelline monelle di 18 mesi!

  • L: essendo anch’io mamma di due gemelle, mi immagino la fatica quotidiana ma anche la tua gioia nel vederle crescere…

S: ora sono disoccupata ma sono molto più impegnata di prima, quando svolgevo due lavori: il lavoro di mamma non termina mai, non ci sono ferie, giorni liberi in settimana. E’ 24 ore su 24 e si è capi di se stesse!
Il premio lo ricevo ogni giorno con i loro baci e i loro sguardi rivolti a noi genitori, a tutti coloro che le amano, ma anche tra loro due. Mi demoralizzo quando le sento piangere e le vedo litigare, ma passerà anche questa fase e impareranno ad amarsi soltanto.

  • L: hai scelto di mantenere l’anonimato perché non tutti sono a conoscenza del vostro percorso. Si tratta di questioni molto intime e private che non si è certo obbligati a condividere, ma cosa vi spaventa maggiormente del fare outing?

S: vorrei gridare al mondo intero che le nostre bimbe son nate dentro di me, pur non avendo nulla di me geneticamente, per dare un pochino di speranza a chi, per motivi di salute o di età, non riesce ad averne in modo naturale o con la fecondazione omologa. Ma non posso farlo perché lo sanno solo i nostri genitori, i nostri amici e i parenti più stretti di mio marito.
I miei parenti non lo sanno perché, secondo mia madre, non tutti avrebbero compreso e accettato la nostra decisione e non voleva farci subire delle delusioni.

  • L: c’è qualche consiglio che vorresti dare alle altre coppie che hanno problemi di infertilità e vorrebbero ricorrere alla fecondazione eterologa?

S: informatevi bene sia sul vostro stato di salute sia sui centri dove volete eventualmente provare la strada dell’eterologa. Ma soprattutto fate ciò che vi suggerisce il cuore: dovete essere profondamente convinti dell’eterologa in quanto dovrete sentire davvero vostro un figlio che geneticamente è frutto di solo uno dei due e di un donatore o una donatrice anonimo/a.
Inoltre, dovrete essere preparati psicologicamente ad accettare, anche senza comprenderle, le eventuali critiche sulla vostra scelta da parte di chiunque.
Ringrazio infine chi mi ha dato la possibilità di raccontare la nostra storia, perché mi son resa conto di quante emozioni ho provato nel farlo…

  • L: io invece ringrazio di cuore te, Simona, per il tuo racconto. Un abbraccio grande alle tue splendide gemelline.

E ringrazio anche il Dott. Alberto Filosi, medico ginecologo che ha gentilmente offerto a Paper Project il suo contributo spiegandoci le conseguenze dell’endometriosi: “L’endometriosi può essere causa di infertilità sia per le alterazioni indotte alla pervietà e alla funzione tubarica, sia per gli esiti spesso demolitivi sulle ovaie e/o sulle tube dei numerosi interventi subiti dalla signora. In tali casi la PMA (procreazione medicalmente assistita) può portare a recrudescenza dell’endometriosi con le prevedibili possibili complicanze che ne controindicano l’effettuazione”.

Sono sicura che la storia di Simona abbia fatto emozionare molto anche tutti voi, quindi rimanete sintonizzati perché presto potrete leggere un altro meraviglioso racconto.