Shiro ha fatto una buona morte, mi dicono. Non buona abbastanza, mi ripeto invece io.

Anche di fronte alle lacrime di mio figlio Marco faccio fatica a mentirmi per essere una buona spalla su cui piangere, un conforto cui appoggiarsi.

Shiro era l’husky di zia Lella. Un cagnolone bianco che adorava correre e giocare, sbranare palloni e pisolare docile accanto al divano. Marco ci ha vissuto insieme per tre mesi, quando si è trasferito dalla zia mentre abbiamo ristrutturato casa. Marco aveva 4 anni, Shiro 16. Sono diventati amici come lo possono essere un bambino di 4 anni e un cane, tra una lotta e una leccata, tra una rincorsa e una merenda condivisa, una passeggiata e una carezza.

Un affetto sempre ravvivato, anche dopo il periodo di convivenza, perché zia Lella abita una via più in là della nostra, e perché a ogni festività Marco e Shiro giocavano insieme come Belle e Sébastien.

L’altra settimana Shiro è morto. Aveva 17 anni, Marco 5. Glielo abbiamo detto poco prima di cena e lui è scoppiato in una disperazione totale. La prima volta faccia a faccia con la Morte. O perlomeno con il concetto di Morte. Gli occhi buttavano fuori lacrime, il viso vomitava rabbia, poi sconforto, pena, tristezza. Uno strazio. Una ferita inguaribile, una pena inarginabile. E forse non bisogna asciugarle quelle lacrime, non bisogna provare a contenere nulla, va buttato tutto fuori. Lasciare che le cose scorrano. Una perdita inconsolabile per un bambino. Anzi, di fatto la Morte è inconsolabile, punto.

Infatti per me nessuna morte può essere buona. Perché è la prova più concreta che la realtà è più forte di qualsiasi cosa. Essendo la Morte uno stato definitivo, anzi lo status finale che pone fine a qualsiasi cambiamento, essa non ti lascia scampo, non ha vie di fughe, non lascia speranza. Non si torna indietro.

Forse. Io sono della generazione Matrix. Quindi penso di poter piegare il cucchiaino. Di più, SO che il cucchiaino non esiste. La Morte non esiste. Sono uno di quelli che al mattino cerca di spostare la tazza usando la Forza. Quella degli Jedi (Se non ci credere leggete qui: Volevo essere Darth Vader)

Che poi chi ha guardato con attenzione tutti i film di Star Wars sa che parlano proprio di questo. Di uno che non accetta la Morte. Che non ci sta a non riuscire a salvare sua madre, la sua donna, i suoi cari. Uno che vuole sconfiggere la Morte. Ecco, questa strada della non accettazione della morte mi porterà al lato Oscuro proprio come è successo ad Anakin.

Meglio allora le filosofie orientali, il nirvana e una serena accettazione della realtà e della Morte. (Sul tema vedetevi il meraviglioso cartone animato italiano L’arte della felicità)

Epperò anche no, perché alla fine Anakin Skywalker si redime ed è veramente colui che porta l’equilibrio nella Forza. Senza di lui non ci sarebbero i film, non ci sarebbe il percorso, non ci sarebbe la Vita.

Insomma, dentro di me lo so che siamo tutti destinati a essere dei Don Chisciotte. Eroi che combattono Mulini a Vento. Senza possibilità di vittoria. Eroi contro la Morte.

D’altronde l’Eroe è proprio questo, uno che non accetta la realtà e combatte per quello in cui crede.

In questo senso mi sento costretto a rifiutare la Morte e a cavalcare lancia in resta.

Quando mi parlano della morte reagisco come uno a cui stanno spoilerando il finale de Il Trono di Spade: mi tappo le orecchie e comincio a canticchiare “balabalaablaa” per non ascoltare.

Per me è devastante pensare alla Morte in modo profondo. Pensare che ci sarà un momento in cui NON esisti. In cui NON pensi. Un Tempo in cui NON vivi. Un Tempo in cui NON. E’ impossibile in effetti pensarlo. Come immaginare un colore che non esiste. E’ devastante. Il volto di Marco distrutto dalla Morte di Shiro è lì che me lo ricorda.

Non venitemi a raccontare che c’è un modo per essere confortati.

Già vi scrissi del mio ateismo e della Filosofia del Guerriero.

A me quelli che mi raccontano che poi vai in Paradiso, o nel Valhalla scortato dalle Valchirie, o tra le braccia di 72 vergini, non mi confortano. Storie troppo fiabesche per potermi illudere pienamente. Senza parlare poi della faccenda della reincarnazione. Pensare che divento altro da quel che sono per me è esattamente come morire. Se non sarò più Io, allora chissenefrega. Che poi è un procedimento che avviene ogni secondo: oggi non sono certo quel che ero a 10 anni, ma nemmeno quel che ero ieri. Ma la memoria mi dà almeno questa illusione di continuità. Insomma la reincarnazione è la cosa meno confortante cui possa pensare. E se poi rinasci Mucca? No, non fa per me.

Devo dire che la storia delle vergini per un attimo mi ha tentato. Solo per un attimo però. Poi ho pensato una cosa tipo “meglio meno vergini qui che la promessa di tutte le vergini là, che poi ‘ste promesse non si sa mai bene come vanno a finire”. Non mi è mai piaciuto l’azzardo. Non gioco neanche alla Lotteria. Figuriamoci se mi metto a tirare a sorte su una cosa così importante come la Morte. O la Vita. O la Vita-dopo-la-Morte.

Quindi alla fine vedete bene che non mi rimane altra scappatoia che rifiutare la Morte. Il mio conforto per la Morte è non morire. Mai.

E qui nasce il dilemma: cosa posso dire a mio figlio disperato per la morte di Shiro?

Di stare tranquillo che adesso è su nel cielo felice? Ma Marco lo vuole abbracciare forte, adesso e qui. Gli dico che è da qualche parte con 72 cagnoline o che è diventato una farfalla? Io non ce la faccio. Devo dargli una risposta in cui credo anche io.

Alla fine gli dico che troveremo una pozione. Che andremo a cercarla insieme. Una pozione per non morire. “Così tu e la mamma la bevete e non morirete?”. “Certo”, gli rispondo. “E poi la facciamo bere anche ai nonni?”. “Sì, certo, finché ce n’è, la facciamo bere a tutti”. “Bè se poi finisce, io divido la mia con gli altri”. “Ok Marco”. “E quando partiamo?”. “Quando sei un po’ più grande”. “Papà, io voglio fare qualcosa adesso”.

E allora capisco che la ricerca della pozione è un bel modo per reagire, un bel modo per dire che si può fare qualcosa senza subire e basta questa faccenda della Morte. Ma serve anche reagire subito. Serve agire, fare qualcosa in quel momento lì. “Marco, vuoi andare a trovare la zia?”. “Sì, papà, voglio andare ora, voglio abbracciarla”. “Vai Marco, abbracciala forte”.

E quella sera Marco abbraccia forte la zia, e si fa dare tre foto di Shiro che appende sopra il letto, così ogni notte prima di addormentarsi saluta il suo amico che non c’è più. Anche la sua parete dedicata a Shiro è una reazione alla Morte. Così come il suo disegno di Shiro in punto di morte (posto tutto nelle gallery sotto).

Ora sì che Marco sta meglio. Che io sto meglio. Ah, se avessi un padre che mi conforta con queste parole, che mi dice che combatteremo la Morte e la vinceremo.

Marco ogni tanto mi chiede della pozione. Io gli rispondo sempre che la troveremo.

E se qualcuno pensa che sia uno sbaglio, che non si combattono i mulini a vento, che non si mettono queste idee in testa ai bambini, eccetera, eccetera, io gli rispondo che trovare una pozione per non morire potrebbe essere una buona vita. Buona abbastanza.

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