Sono abituata a scrivere articoli sulla genitorialità, a parlare di cosa comporta essere genitore, accudire un bambino, amarlo, farsi assorbire totalmente da un piccolo e profumato esserino piangente. Ho sempre espresso il mio pensiero dal punto di vista professionale, ma oggi mi racconto un po’: sono Simona, mamma di Gaia e moglie di Davide, la mia bambina ha quasi 5 anni e io e mio marito siamo orgogliosi, felici e innamorati di lei come non pensavamo fosse possibile nel nostro immaginario. Abbiamo deciso di avere un  bambino dopo un anno di matrimonio, lui era rilassato e sereno del fatto che avrei avuto sempre la situazione sotto controllo: “un’educatrice per moglie, sono in una botte di ferro!”. Poi nasce Gaia, e ci ritroviamo come tutti i neo genitori, spiazzati, disorientati, euforici e inadeguati.

Gaia ha fatto subito sentire la sua presenza: coliche, notti in bianco, affamata come se non ci fosse un domani, esigente come solo un neonato può esserlo, ma piano piano tutto è diventato gestibile, divertente, faticoso e meraviglioso allo stesso tempo. Quando Gaia ha compiuto 3 anni, abbiamo compreso di sentirci pronti per un altro bambino e la riflessione è nata spontanea: da sempre abbiamo condiviso l’idea dell’adozione, e in quel momento abbiamo capito che sarebbe stata la realizzazione di ciò che volevamo nel nostro futuro di famiglia.

Nella mia vita lavorativa ho sperimentato spesso la realtà dell’abbandono dei minori, delle case-famiglia e delle famiglie adottive, ma anche in questo caso ho voluto cominciare da capo: abbiamo stampato i moduli, prenotato gli esami, ragionato su mille quesiti e domande, compilato e spedito tutto. Dopo pochi mesi arriva una telefonata dai carabinieri della nostra zona che ci comunicano l’inizio della presa in carico della nostra domanda, con una visita domiciliare per l’indagine socio-economica della famiglia.

Eravamo in vacanza al mare, Davide e Gaia facevano il bagno, squilla il telefono e io alla voce del carabiniere volevo rispondere: “torniamo subito”, come se non sapessi che i tempi sono infiniti e una settimana non avrebbe cambiato nulla. Il resto della giornata l’abbiamo passata a raccontare a Gaia che avremmo voluto un fratellino e che i bambini possono essere “bimbi del cuore” o “bimbi della pancia”, ma che una volta varcata la soglia di casa nulla è diverso! Lei era incuriosita da questa storia e non vedeva l’ora che arrivasse quel momento, infatti la parte più faticosa è stata farle capire che non sarebbe stato tutto immediato, anzi…

Alla visita domiciliare seguono altre carte, documenti, gite in tribunale… e poi l’inizio dell’indagine da parte dei servizi sociali. Una coppia di assistente sociale e psicologa ci accolgono e ci descrivono il percorso: dovevamo fare circa 15 incontri, alcuni di coppia, alcuni singoli, alla fine dei quali avrebbero redatto una relazione valutando la nostra capacità genitoriale e potenzialità adottiva.

Inutile dire che è un percorso faticoso, vengono messi in discussione tutti i punti fermi della tua vita di coppia, personale, famigliare, professionale… Ti viene chiesto di trovare un perché a ogni sentimento e sensazione, bisogna essere collaborativi e disponibili altrimenti i tempi diventano infiniti, e l’atteggiamento dei servizi sociali è a dir poco giudicante e provocatorio.

Finalmente arriviamo alla fine di tutto ancora più convinti e uniti, ci comunicano la data dell’ultimo incontro che precede la consegna della relazione finale, e che verrà effettuato a casa nostra con la presenza anche di Gaia, questa volta. Gaia è molto emozionata, nel frattempo ha compiuto 4 anni e desidera un fratellino o sorellina quasi quanto noi, abbiamo preso una giornata di ferie e lei è a casa da scuola, ci vestiamo e prepariamo, la casa in ordine, Gaia vuole anche mettere il profumo e le mollettine, siamo pronti, sono le 10.00 e tra poco arrivano, squilla il telefono… appuntamento disdetto e rinviato a data da destinarsi!

Dopo circa 40 giorni la scena si ripete e questa volta suonano alla porta, Gaia è più brava del solito, offre alla psicologa e all’assistente sociale anche uno dei suoi cioccolatini, segue una chiacchierata informale e quando tutto finisce loro ci salutano ed escono, a quel punto Gaia mi guarda e mi dice: “mamma, la casa è bella, c’è spazio anche per un altro bambino, abbiamo anche il lettino di quando ero piccola, ora ce lo portano il fratellino vero?”. Lei pensava che sarebbero usciti e tornati con un bel bimbo pronto per essere amato, ovviamente è seguita una bella spiegazione del fatto che i tempi e i modi non erano quelli che immaginava.

Finalmente il giorno della consegna della relazione: io e mio marito ci presentiamo al solito ufficio, ci sediamo, ma la conclusione è che hanno bisogno di altro tempo, vorrebbero ancora farci qualche domanda perché sono un po’ perplessi sulle motivazioni che ci portano alla scelta dell’adozione (argomento sviscerato più e più volte negli incontri precedenti!!!), e quindi l’ennesimo colloquio con toni giudicanti e atteggiamento sconfortante, come se volessero dire “le possibilità sono nulle, perché perdere tempo quando potete avere un figlio biologico?”.

Ora siamo noi i perplessi: cosa non vi è chiaro?! Siamo una famiglia che vorrebbe un altro figlio e ha deciso che non è importante concepirlo, ma sarebbe meraviglioso dare una casa a un bambino che non ha una famiglia, amarlo ed essere accettati da lui costruendo un rapporto genitore-figlio.

Risultato: “Riteniamo che la vostra motivazione non sia conforme alla letteratura, questa considera valide altre motivazioni all’adozione, il vostro è più un atto benefico e il bambino potrebbe trovarsi in difficoltà nel sostenere un carico troppo pesante credendo di dovervi essere grato e debitore per tutta la vita”.

Ovviamente non commento perché avrei bisogno di un libro per dire tutto ciò che penso e che provo, ritengo che i bambini abbiano tutti diritto a una vita serena, le case-famiglia non sono realtà famigliari, per quanto gli educatori possano essere preparati e competenti. Così come mia figlia non mi deve essere grata per averle donato la vita, nessun bambino che avrebbe fatto parte della nostra famiglia avrebbe sentito il PESO della gratitudine, perché il volontariato lo faccio sotto altre forme e non mettendo in gioco il mio ruolo di madre. Questa era una scelta di vita e sono abbastanza adulta e consapevole da rendermi conto che non sarebbe stata una passeggiata (come spesso mi hanno fatto notare).

Ci sono coppie che vivono questa situazione come unica possibilità di creare una famiglia e vi assicuro che hanno tutta la mia comprensione, perché il percorso è faticoso e le modalità di indagine, e qui ci metto il mio parere professionale, sono incomprensibili e inadeguate.

La capacità genitoriale si può verificare in moltissimi altri modi, utilizzando metodi più rispettosi ed efficaci.