«Ti fisso una call?» è una frase odiosa. E non solo perché call è inglese e non italiano, e ci sono moltissimi modi migliori di dirlo.

C’è anche di peggio. Un esempio? «Sentiamoci in conference call». Almeno, per me è un vero incubo: quando ho la sventura di partecipare a una conference call è perché devo intervistare qualcuno, e quel qualcuno invece di fare come tutti e chiamarmi e/o darmi il suo numero per essere richiamato, organizza una maledetta telefonata di gruppo che si risolve sempre in un gran casino.

Io parlo, ma non so chi mi ascolta. Già questo non è piacevole per niente. Alla cornetta siamo in tre o in quattro, e anche se io voglio fare solo ed esclusivamente domande a X, intervengono anche Z e Y. Molto fastidioso.

Almeno, io quasi sempre mi innervosisco. Devo dire però che succede solo con i prefissi 02: è inspiegabile come il milanese, natio o adottivo, non fa nessuna differenza, sia innamorato di queste maledette call.

Per fortuna, dopo aver letto Annamaria Testa su Internazionale e il suo «Elenco delle 300 parole da dire in italiano» ho capito che il problema non è solo mio: ci son cose che non si possono proprio sentire. Ora io capisco che in inglese sia tutto più bello, ma fino a un certo punto. C’è chi ripete a pappagallo le solite frasette, e poi crolla se interrogato sul loro reale significato. E poi milanesi, sappiatelo: se parlate di meeting, fissare la call e vedersi asap, sappiate che se chi vi risponde sta fuori dalla circonvallazione, per voi la «circonvalla», penserà:

Per fortuna non lavoro a Milano.

Ma perché se la tirano così?

Ma che è a Milano parlano davvero tutti come la Minetti?

Riflettete amici, riflettete.