Secondo la definizione del Parlamento europeo, “omofobia, lesbofobia e transfobia sono forme di avversioni irrazionali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo”.

Il cambiamento può partire dal linguaggio: le parole giuste ci sono, iniziamo ad usarle. Ecco in pillole il messaggio del ciclo di seminari organizzati dall’Unar, agenzia del Ministero delle Pari opportunità “a difesa delle differenze”, dedicati a giornalisti e operatori della comunicazione. Giusto ieri, a Milano, c’è stato il primo incontro, le prossime tappe sono Roma e Napoli. Le iscrizioni sono aperte a tutti, professionisti e non. Per ogni eventualità, ecco qui pronto all’uso un elenco di buone pratiche realizzato dall’Unar, un piccolo, ma importante primo passo per fare tutti insieme un grande balzo.

Travestito, viados e trans sono tutte definizioni assai offensivi. Da abolire.

Meglio evitare commenti superflui, sarcasmo e lievi ironie sulla transessualità.

Niente sensazionalismi: se non c’entra nulla con la storia, perché menzionare la sessualità della persona coinvolta?

Attenzione a non confondere l’identità di genere con l’orientamento sessuale!

Meglio persona omosessuale che omosessuale, se si può.

Non è corretto rivelare identità, nome e foto della persona transessuale prima del cambio di sesso, né fare riferimenti alla loro operazione, a meno che non sia rilevante per l’argomento trattato o ci sia il consenso.

E poi qualche piccolo suggerimento dal simpaticissimo Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale e autore del libro “Hello daddy! Storie di due uomini, due culle e una famiglia felice“.

Se decido di rivelare il mio orientamento sessuale, è un coming out. Si parla di outing quando si rivela quello di qualcun altro, non il nostro.

Anche le donne sono gay, non solo lesbiche.

Mamma e madre sono due parole diverse, con significati diversi. Per non parlare di MAMMO, espressione orribile e classico esempio “del ruolo che fagocita la persona”.

Comunità gay, mondo gay, ma che vuol dire? È una semplificazione giornalistica, nulla da dire. Ma non aiuta, anzi rafforza l’idea del “noi” e del “loro”, dei diritti “vostri” e “nostri”.

Per chiudere, una chicca regalata da Matteo Winkler, professore di diritto internazionale alla Bocconi. L’espressione “finocchio” deriva dall’usanza di buttare semi di finocchio su quel che nel Medioevo restava dei roghi di chi era sospettato di omosessualità.

Abbastanza macabro per cancellarlo una volta per tutte dal vocabolario, no?

Per chi volesse partecipare http://109.232.32.23/unar/News.aspx?idNews=2152