Ho conosciuto Denise sul web.

C’è stata subito intesa perché è una di quelle persone che parlano sempre chiaro, senza troppi giri di parole. Quelle che dicono (e scrivono) il loro pensiero senza timore, anche se rischia di essere impopolare.

Denise è quella che definirei una donna con gli attributi, ma allo steso tempo dotata di grande sensibilità e solidarietà. Difende i diritti dei più deboli, anche quelli pelosi e diversamente parlanti, ed è pronta a tutto per far valere i propri, come quello di diventare madre.

Ho chiesto a Denise di raccontarmi il suo percorso verso la maternità, e la sua storia è stata un’ulteriore conferma dell’idea che mi ero fatta di lei…

  • Quanti anni avevi quando avete deciso di provare ad avere un figlio?

Mio marito, più giovane di me di sei anni, lo conobbi non proprio ragazzina. Ne avevo già 33 e un passato sentimentale deludente alle spalle. Andammo a convivere praticamente subito, e nel 2007, due anni dopo, ci sposammo.
Ero a quota 35 quando, sei mesi dopo l’inizio della ricerca di un figlio, iniziò a suonarmi in testa un primo campanello d’allarme.

  • Avete deciso quindi di sottoporvi a controlli specifici? A chi vi siete rivolti?

Il primo consultorio, senza tener conto della mia età non certo fecondissima, ci rimandò a casa, dicendo di tornare dopo altri sei mesi; mentre il secondo, tre giorni dopo, al quale per farci aiutare sostenni di cercare una gravidanza da un anno, ci prescrisse i primi esami: spermiogramma per mio marito e riserva ovarica per me.
Chissà perché quell’esame di mio marito lo ritirammo con leggerezza, convinti che fossi io il problema. Il responso fu: “azoospermia totale“. In sostanza, mancanza di spermatozoi. In pratica, non avremmo potuto avere un bimbo in maniera naturale… mai.

  • Qual è stata la vostra reazione?

All’inizio il mondo cade giù, come un castello di carte. Vedi la vita passarti davanti, mentre tu resti ferma a chiederti che cosa hai fatto di sbagliato per meritare un simile epilogo. Piangevo. Tutto il giorno. Dicono che per rialzarsi in piedi bisogna prima toccare il fondo e io quel fondo volevo toccarlo in fretta per risalire dal dolore. Nel frattempo le settimane passavano e il rapporto con mio marito si incrinava. Forse pensava che lo accusassi del mio dolore o forse era troppo scioccato anche solo per guardarmi negli occhi e piangere.
Dopo l’infelicissimo colloquio in un primo centro di sterilità, in cui chiaramente, e brutalmente aggiungerei, ci fu detto che nemmeno una tecnica di primo livello (IUI) ci avrebbe potuti aiutare, ci mettemmo in lista per una ICSI presso altre due strutture (se avessimo fallito nel primo, saremmo stati pronti per il secondo). Congiuntamente trascorrevo le serate al computer studiando protocolli, centri e referti. Tempo prima avevo letto in un forum, dove ero capitata per caso, di una  strana tecnica, molto costosa, chiamata “eterologa”, ma per poterne beneficiare bisognava recarsi all’estero. La faccenda si complicava, quindi, ma nulla era comunque perduto, una fiammella di speranza restava accesa.
La prima ICSI fallì, (non arrivammo nemmeno al pick-up). Sebbene avessi io stessa suggerito al primario una TESE, lui non mi ascoltò perché “il medico era lui”, così, dopo 20 giorni di stimolazione per me durissimi anche psicologicamente, il biologo non trovò nemmeno uno spermatozoo. Nulla di fatto. Restammo in quel corridoio d’ospedale, grigio e triste, a piangere per un tempo che sembrò infinito. Accanto a noi aspiranti mamme si apprestavano al loro tentativo di PMA e donne incinte entravano e uscivano dall’adiacente reparto di ostetricia… Paradossale ideare un laboratorio di Procreazione Medicalmente Assistita accanto a uno di Ostetricia!
Quando anche la terza clinica dette il medesimo responso, consigliandoci prima una TESE e poi eventualmente una ICSI su spermatozoi congelati, mio marito e io rispondemmo “basta”.

  • …ma non vi siete arresi e avete vagliato altre possibilità…

Erano trascorsi due anni dall’inizio di quell’agonia. Il primo buttato nel reparto di Andrologia per tentare di capire cosa stesse succedendo, e il secondo con l’illusione di potercela fare con una ICSI omologa. Anni, lacrime e frustrazione. Bisognava voltare pagina. Mi avvalsi così del frutto delle tante ricerche notturne, in cui il computer era diventata la nostra unica speranza. Appoggiammo consapevolmente l’idea dell’eterologa e optammo per Madrid, dove vivevano alcuni nostri amici, che quanto meno ci avrebbero potuto aiutare con lo spagnolo.
Non ero pronta a dei negativi. Invece ne arrivarono tre, uno dietro l’altro. Tre fallimenti da IUI con seme donato. Uno più sofferto dell’altro.
Ancora una volta paura, lacrime e frustrazione prendevano il posto della speranza, della voglia di vincere sull’infertilità.

  • Dopo i tre fallimenti avete mai pensato di abbandonare tutto?

Noi quel bambino lo volevamo, Noi avevamo il diritto di essere genitori anche senza diventarlo sotto le lenzuola. E se il destino, per farci rendere conto di quanto eravamo forti, di quanto eravamo in grado di sopportare come coppia, come singoli individui, aveva scelto il cammino della PMA noi lo avremmo percorso tutto. Fino alla meta.
Non abbiamo mai pensato di lasciarci andare, immaginavamo la nostra vita all’interno di un tunnel, ma sapevamo anche che, prima o poi, la luce l’avremmo vista. Più di qualcuno, tra cui i genitori di mio marito, ci aveva consigliato l’adozione, ma sapevamo che adottare è una scelta del cuore, che l’adozione arriva lì dove la PMA o l’eterologa non sono contemplate, dove esiste un desiderio profondo di essere genitori anche senza una gravidanza. Questi però non eravamo noi. Desideravamo dar vita al nostro sogno. Desideravamo vederlo muoversi sullo schermo di un monitor, desideravamo fermarci a sognare davanti alla prima ecografia, desideravamo poter piangere nell’udire il suo primo battito… desideravo una pancia che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, nutrita del nostro amore.

  • Come siete riusciti a realizzare il vostro sogno?

Falliti i tentativi a Madrid, e grazie al supporto sia del forum di cui faccio parte (ora Onlus) sia di una carissima persona incontrata durante gli anni di ricerca, dirottammo il nostro interesse su una clinica di Malaga, dove si diceva lavorasse un embriologo molto bravo.
Decidemmo questa volta di farci seguire da una ginecologa esperta in PMA e ci affidammo completamente a lei.
Alla prima visita mi fece capire che purtroppo gli anni trascorsi avevano abbassato ancor di più la riserva ovarica, quindi, se avessimo voluto nuovamente tentare con altra IUI, avremmo rischiato lo stesso responso di Madrid. Io, ormai ferratissima sull’argomento, proposi l’embriodonazione, asserendo che il DNA non interessava a mio marito e non sarebbe interessato nemmeno a me.
Contattammo subito la clinica.
Da lì a tre mesi, il nostro sogno sarebbe ripartito. Nessun dubbio, nessuna incertezza, nessuno scricchiolio dell’anima a quell’ennesimo responso medico, ma semplicemente una nuova speranza alla quale aggrapparsi.
Nel Settembre 2012 partimmo: la mattina di un sabato caldissimo mi furono impiantati due embrioni di classe A.
Al ritorno dalla sala operatoria, stesa nel lettino e coperta solo da un camice verde, piangevo di gioia, mentre mio marito mi stringeva la mano, emozionato almeno quanto me.
Da lì alle beta vissi i giorni più strani della mia vita… non erano lunghi, nemmeno ansiosi.
Ero come su una nuvoletta sospesa nel vuoto ad attendere di spiccare il volo o cadere giù.  Pensavo continuamente alla fortuna che avevamo avuto riuscendo a congelare altre due embrioni. In pratica, trascorsi il post transfer a organizzare un altro transfer.
Cip e Ciop invece sono ancora lì, in una clinica spagnola a migliaia di chilometri da noi.
Il 2 ottobre, due giorni prima del dovuto, di nascosto feci un test casalingo. Erano le 7.30 del mattino e, mentre mi sciacquavo il viso, una seconda linea rosa, prima leggera, poi sempre più visibile, comparì sullo stick poggiato al bordo del bidet.
Restai ferma a fissarlo, incredula. Scioccata. Non capivo. Non pensavo. Non respiravo più.
Non so quante volte, successivamente, io e mio marito riguardammo quel test, di nascosto l’uno dall’altra: fingevamo di dover andare in bagno, pur di sbirciare lo stick chiuso nel cassetto.
Tutt’ora lo faccio, quando voglio convincermi che sia capitato proprio a me, come se i miei figli non fossero sufficienti a dimostrarlo. O semplicemente desidero rivivere quel momento, secondo solo al giorno in cui ho partorito i miei gemelli.

  • C’è qualcosa che vorresti dire alle donne che avrebbero intenzione di intraprendere il percorso della PMA?

La PMA è un percorso lungo e doloroso. Mette a rischio la coppia, può isolare dai rapporti di amicizia, specie con amici che hanno figli, e soprattutto, in alcuni casi (tipo eterologa), diventa molto costosa. Quindi non richiede solo un sacrificio emotivo e fisico ma anche economico.
Posso consigliare di farsi seguire da un ginecologo esperto in PMA, di scegliere la clinica con il cuore e la tecnica che più riteniamo adeguata alle nostre possibilità (embriodonazione o embrioadozione, per quanto riguarda l’eterologa). Inoltre, ciò che fortemente consiglio è un supporto psicologico, che non vuol dire esclusivamente un professionista medico (se c’è, ben venga) ma anche attraverso forum, dibattiti e incontri con altre persone che vivono lo stesso problema. Aiuta a farci sentire meno soli, meno abbandonati a noi stessi. Meno inadeguati…

 

Ringrazio Denise per averci raccontato la sua storia. Il percorso che hanno affrontato lei e suo marito è stato lungo e difficile, ma alla fine hanno coronato il loro sogno, diventando genitori di due splendidi gemellini.

Vi lascio con gli approfondimenti medici della Dott.ssa Giulia Santi:

ICSI: è la procedura per la quale un biologo esperto di embriologia introduce lo spermatozoo scelto all’interno dell’ovocita, con l’ausilio del microscopio.

IUI: inseminazione intrauterina. E’ la procedura tramite la quale il ginecologo, sterilologo, introduce all’interno dell’utero il liquido seminale precedentemente raccolto e capacitato dal biologo.

TESE: è una procedura per la quale l’andrologo preleva gli speratozooi, tramite delle biopsie effettuate direttamente sul testicolo.

Embriodonazione: è la procedura per la quale un embrione già fecondato viene donato per essere introdotto in utero.