Le donne che decidono di intraprendere il percorso della PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) sanno che la strada da percorrere non sarà in discesa e che uno degli ostacoli che dovranno superare è la paura: dell’insuccesso, della delusione e anche di non riuscire a realizzare il proprio sogno.

Oggi ci racconta la sua storia Giulia, una mamma che ha dovuto affrontare questo sentimento durante tutto il suo percorso di PMA, ma non solo…

  • Giulia, quanti anni avevi quando avete deciso di cercare un figlio?

Mi sono sposata a 30 anni e dopo un paio di anni abbiamo iniziato a cercare un bimbo, perché sia per me sia per mio marito una famiglia diviene completa solo con l’arrivo di un figlio.

  • Quali ostacoli avete incontrato?

Dopo un anno di tentativi a vuoto, prima spontanei, poi con tutti i possibili controlli dell’ovulazione, abbiamo deciso di fare degli esami ed è subito saltato fuori che mio marito soffre di grave oligospermia. Ci siamo allora rivolti a due ospedali pubblici, dove abbiamo anche scoperto che, nonostante la mia “giovane età” (35 anni), incombeva la menopausa.
Quando inizi a temere e poi scopri di non potere avere figli naturalmente, e che forse non ci riuscirai mai, il dolore ti attanaglia. Ti senti inadeguata, invidi profondamente chi ha il pancione o ha già bimbi… e continui a chiederti “perché proprio io?”.
Senti di bimbi che vengono abbandonati o uccisi e non riesci a smettere di piangere. La speranza si mescola alla paura e diventi un tale groviglio di emozioni che tutta la tua vita rimane come congelata, in attesa di qualcosa che non sai se avrai mai.
E la gente intorno a te continua a parlare ma non ti capisce, nessuno può farlo se non vive la tua stessa esperienza.

  • Come avete deciso di ricorrere alla PMA?

Entrambe le strutture ci hanno consigliato di non aspettare e rivolgerci subito a un centro privato perché i loro tempi di attesa erano superiori a 18 mesi.
Nel panico più totale e con la disperazione nel cuore, ci siamo rivolti a un medico che ha una clinica privata convenzionata a Chianciano Terme, ma, poiché lavora anche in vari ambulatori in tutta Italia, abbiamo potuto effettuare tutto l’iter a Roma, salvo il trattamento specifico, che doveva essere fatto in Toscana.

  • Ci racconti il vostro percorso?

Alla prima visita nel mese di gennaio il dottore è stato molto fiducioso: ci ha prescritto nuovi controlli e abbiamo fissato l’appuntamento per un primo tentativo con l’inseminazione artificiale. Era quindi iniziato il doloroso percorso fatto di punture, prelievi, trattamento e 14 lunghissimi giorni di attesa, dopo i quali purtroppo le beta sono risultate negative.
Era aprile e abbiamo dovuto aspettare due mesi per ritentare, questa volta, una fecondazione assistita.
Il 30 maggio abbiamo iniziato di nuovo tutto l’iter… punture, prelievi, ecografie… e il 10 giugno mi hanno prelevato 5 ovuli. Il 12 mi hanno chiamata e il 13 me ne hanno impiantati 3. Altri 14 giorni di attesa, ancor più tremendi, perché mentre nell’inseminazione non avevamo reali speranze, vista la gravità dell’oligospermia di mio marito, nella fecondazione era riposta tutta la nostra fiducia, i nostri sogni, i nostri desideri.
Devo dire che avevamo già parlato di adozione e avevamo deciso che, se fosse andata male, a settembre avremmo iniziato anche le relative pratiche, ma il cuore diceva un’altra cosa.
Dopo i fatidici 14 giorni, il 27 giugno, le beta erano positive, anzi altissime! Un nuovo prelievo qualche giorno dopo e le beta salivano vertiginosamente. Poi il 3 luglio la prima ecografia e quelle parole della dottoressa: “Allora, questo è uno e… questo è il secondo!”, e mio marito: “Il terzo non c’è, vero?”.
Finalmente la gravidanza… i bimbi che crescono dentro di te sono il tuo mondo…tutto ciò che conta.

  • Com’è stato affrontare una gravidanza gemellare?

Era iniziata una gravidanza bicoriale-biamniotica complicata, culminata addirittura in una paralisi del nervo ottico che mi ha reso cieca da un occhio per ben tre mesi, ma che per fortuna mi ha fatto sottoporre a una cura molto forte di cortisone, perché a sole 32 settimane e 6 giorni si era rotto il sacco con distacco della placenta.
Fai progetti e sogni fino a quel tremendo momento in cui ti svegli in un lago di sangue… e la paura non si può descrivere, non si può neppure immaginare!
Come non si può immaginare, dopo la la corsa in ospedale, il sollievo di sentire i battiti e sapere che entrambi stavano bene.
Dopo una nottata di terrore, il 15 gennaio sono nati Giacomo e Francesco, 1.870 e 1.800 kg per 45 e 42 cm di amore.

  • I tuoi bimbi sono rimasti in TIN per una settimana, come sono stati quei giorni?

Entrambi hanno respirato subito da soli, ma dopo il parto sono stati portati in TIN (Terapia Intensiva Neonatale).
Mio marito mi aveva portato le foto di quegli scriccioli soli nell’incubatrice e non riuscivo a smettere di piangere perché erano soli e non fra le mie braccia.
Li ho visti 36 ore dopo il parto e le emozioni sono state indescrivibili. Così come la tristezza di tornare a casa soli perché, anche se è stato solo per pochi giorni, non potevamo sapere quanti sarebbero stati.
Anche la TIN è una cosa che puoi capire solo se la vivi… E noi siamo stati veramente fortunati!
Dopo una settimana, quando sono stati in grado di alimentarsi da soli, finalmente li abbiamo potuti portare a casa con noi. E da allora è solo amore, tale che a volte ho paura mi scoppi il cuore…

Ringrazio Giulia per avere condiviso con noi la sua esperienza e le emozioni provate, anche quelle più difficili da raccontare.

Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Giulia Santi, ginecologa esperta di infertilità, cos’è l’oligospermia e perché in questi casi la fecondazione assistita potrebbe dare maggiori possibilità di successo rispetto all’inseminazione artificiale:

“Oligospermia vuol dire carenza di spermatozoi mobili e vitali, capaci di fecondare spontaneamente un ovocita. Può essere più o meno grave e sicuramente l’aggiunta di una problematica femminile all’infertilità di coppia, come la ridotta riserva ovarica o la sospetta menopausa precoce, ha fatto propendere i medici per una PMA di secondo livello, come FIVET/ICSI, dove le probabilità di successo sono maggiori. Infatti, quando “avvicini” in un mezzo di coltura gli spermatozoi da una parte e gli ovociti dall’altra, hai maggiori possibilità di incontro dei due gameti e quindi di fecondazione. Il problema in medicina è sempre probabilistico e si lega anche al tempo che hai a disposizione per fare in modo che un evento accada”.

Prossimamente vi racconteremo un’altra storia ma, nel frattempo, se vi siete persi i racconti precedenti, potete trovarli con gli specifici approfondimenti qui:

La fecondazione eterologa di Simona
Silvia, un’indomita ottimista