Nel mio precedente post vi abbiamo raccontato una storia. La storia di Simona, una donna che ha realizzato il suo desiderio di diventare madre grazie alla PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) e, più precisamente, sottoponendosi alla fecondazione eterologa in Grecia, quando in Italia questa tecnica non era ancora stata approvata.

Ci sono molte donne che, come Simona, non si arrendono all’infertilità e sono disposte ad affrontare dure prove pur di coronare il loro sogno. Una di queste è Silvia che, nonostante diversi tentativi di PMA falliti, non si è voluta arrendere e dall’Italia è volata fino in Repubblica Ceca per provarci un’ultima volta, anche se non aveva garanzie di successo. Ma non voglio anticiparvi altro perché sarà lei stessa a raccontarci la sua storia…

  • Silvia, quanti anni avevi quando tu e tuo marito avete deciso di provare ad avere un bambino?

Io e Andrea ci siamo incontrati a trent’anni, dopo un anno siamo andati a vivere insieme e dopo altri cinque ci siamo sposati. Era il 2005. L’idea di avere dei figli ci è sempre appartenuta, ma pensavamo di avere tutto il tempo che volevamo…
Nel 2007, in un pomeriggio caldo di aprile, scoprimmo con gioia di aspettare un figlio. Le cose sembravano perfette, il mondo il posto più bello del creato. La gioia è durata poco e 15 giorni più tardi subivo un raschiamento. C’era la casa ma non il suo inquilino.
Per un anno abbiamo riprovato ad avere un figlio, finché ci siamo dovuti arrendere al fatto che non riuscivamo ad averne.

  • Quale problema vi hanno diagnosticato?

Parlando con una amica mi confidò che lei stava andando in un bel centro per la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) a Firenze. A settembre del 2008 eravamo lì anche noi. Dopo i primi esami fummo catalogati come coppia affetta da sterilità sconosciuta e iniziammo le nostre prime cure. Io iniziai le prime cure.

  • Avete quindi scelto la strada della PMA? A quale tecnica ti sei sottoposta?

Affrontammo due inseminazioni intrauterine (IUI), convinti entrambe le volte che non saremmo dovuti più ritornare al centro. Ma ci tornammo molte altre volte.
Il passo successivo fu il primo ciclo con tecnica ICSI. Le cure preparatorie furono subito più pesanti e gli effetti su di me evidenti: ero molto più nervosa, uno Yo-Yo di stati d’animo.
Il giorno del pick-up (prelievo degli ovociti), nonostante sapessi esattamente cosa dovevo affrontare, ero una corda di violino. Lo staff che effettuò il prelievo fu molto premuroso e io uscii dal centro con il cuore pieno di speranze, pensando al momento in cui, 48 ore dopo, sarei diventata mamma. Sono stati i due giorni più bui di tutta la mia esperienza con la PMA.
Mi sentivo svuotata, persa, come se mi avessero rubato un pezzo di cuore. Ho dovuto lottare con questa sensazione altre 6 volte. Il nostro primo tentativo fallì. Passarono due mesi e riprovammo: punture, analisi, monitoraggi, prelievo, fecondazione, inseminazione, attesa, speranza, delusione. Molte delle coppie incontrate le prime due volte non le abbiamo più viste, molti sono divenuti genitori, molti si sono arresi. Noi, no. Terzo, quarto… ecco al quarto tentativo successe una cosa incredibile. Al sesto giorno di terapia mi ammalai e fummo costretti a interrompere il trattamento. In clinica ci dissero che avremmo dovuto attendere almeno tre mesi per riprovare. Così lasciati trascorrere alcuni giorni da quei due in cui avrei dovuto essere fertile, ci concedemmo un po’ di tenerezza e amore. Sì perché, mentre fai le cure, i momenti in cui puoi fare l’amore sono praticamente nulli, un po’ per gli umori non proprio idilliaci e un po’ per le indicazioni terapeutiche. Ecco io sono rimasta incinta di una gravidanza extrauterina. Ci ho quasi rimesso la vita in quel novembre del 2009, e la mia unica tuba funzionante.

  • Dopo questa esperienza non hai pensato di abbandonare tutto?

Tutti cominciarono a parlarci di adozione. Nessuno ci chiedeva più se volessimo figli. Per rimettermi in sesto, non solo fisicamente, ci ho messo un anno. Un anno in cui non ho mai smesso di credere fermamente che sarei diventata mamma.
A Firenze nel 2010 ho fatto il 5° e anche il 6° tentativo e i medici mi dissero che avevo a disposizione un solo, ultimo tentativo.
Andrea, che fino ad allora aveva condiviso ogni mia scelta, quando ha sentito che mettevo a repentaglio la mia vita decise che dovevamo lasciare Firenze e l’Italia.
Prendemmo la decisione di andare a Praga, dove sapevamo esserci un magnifico centro per la PMA. Presi i primi contatti a Marzo del 2011, a metà ottobre iniziai le terapie e il 28 ottobre procedemmo con i prelievi e la fecondazione.

  • Perché avete scelto di sfruttare la vostra ultima chance in un altro paese?

A differenza del nostro paese, in Repubblica Ceca l’impianto avviene dopo 5 giorni, quando le cellule sono ormai dei blastocisti. Questo consente una selezione naturale e maggiori possibilità di successo.
Il 2 novembre 2011 alle 12:20 vedemmo correre, come due palline piene di energia propria, su un vetrino, i nostri blastocisti e poco dopo li vedemmo annidarsi nel mio utero.
Ricordo il medico che, in inglese, mi chiese se ero pronta a diventare mamma… io so esattamente quando sono diventata mamma, so dove mi trovavo e cosa stessi facendo in quel meraviglioso istante in cui hanno attecchito i nostri due blastocisti.

  • Com’è stato il momento in cui avete scoperto che quell’ultimo tentativo erano andato a buon fine?

14 giorni dopo in Italia feci le analisi. Aspettai 12 ore per aprire la busta con Andrea. Guardavamo quel foglio attoniti. Le beta altissime ci confermavano i miei sospetti. Eravamo genitori.
Il 26 novembre, in una bella mattina di sole, andammo a fare la nostra prima ecografia. Ricordo solo il mio ginecologo parlare in lontananza, per me esisteva solo il monitor con quelle due camere gestazionali. Poi d’improvviso una lucina intermittente e subito dopo, nella seconda camera gestazionale, ecco comparire la seconda lucina intermittente. Erano due cuori, minuscoli, ma erano due cuori. Eravamo genitori e lo eravamo di gemelli. Ci avevano scelti, mi avevano scelta. Ho pianto lacrime arrivate dal punto più remoto della mia felicità, e quando piano piano riemersi dal mio stato di trance, vidi Andrea ballare al centro della stanza urlando ” sono due… sono dueeeee!!!”.
Quel grado di felicità non mi ha mai più abbandonata per tutta la mia fantastica gravidanza ed è ancora con me, oggi, dopo 28 mesi dal parto. Giulia ed Anna sono i nostri stessi respiri.

  • C’è qualcosa che vorresti dire alle donne che vorrebbero intraprendere il percorso della PMA?

In quei lunghi anni di dolore vero, di delusione, di buio, ho sempre trovato il modo per non sprofondare, pensando “Sono felice per il gusto di esserlo”.
Auguro a ogni donna che decida di affrontare il percorso di PMA di riuscire a diventare mamma al primo tentativo e comunque di non smettere mai di essere una indomita ottimista, perché la felicità è tutta nelle nostre mani.

 

Ringrazio Silvia per avere condiviso con noi la sua esperienza e averci fatti emozionare.

Nell’attesa di raccontarvi un’altra storia, lascio la parola al Dott. Alberto Filosi, medico ginecologo, per alcuni approfondimenti medici:

“La storia di Silvia e la sua caparbietà ed ottimismo nel cercare una gravidanza rendono molto quello che deve essere l’atteggiamento in partenza di una coppia che si rivolge a un centro per la PMA (procreazione medicalmente assistita). Per quanto le tecniche attuali diano buoni risultati (insperati fino a non moltissimi anni fa), la percentuale di successi rimane ben lontana dal dare sicurezze ai primi tentativi (le percentuali variano da tecnica a tecnica, e anche in rapporto ad altre variabili, che ogni Centro valuta per dare indicazione sulla tecnica migliore per ogni singolo caso).
La FIVET-ICSI (Intracytoplasmatic sperm injection – cioè l’iniezione diretta di uno spermatozoo nella cellula uovo), trova indicazione soprattutto nelle cause maschili di infertilità, vedi ridotto numero di spermatozoi, alta percentuale di atipia, scarsa mobilità o infertilità da ostruzione, ma anche in casi più generali di infertilità di coppia. La tecnica prevede che in 2a/3a giornata venga fatta l’inseminazione. Aspettare ancora un paio di giorni quando si forma la blastocisti (fase pre-embrionaria in cui si arriva alla moltiplicazione di circa 200 cellule), intorno quindi alla 5a giornata, sembra dare risultati ancora migliori (come è stato per il caso di Silvia). Tutta la trafila di esami terapie e interventi del protocollo FIVET rappresentano comunque un bel fardello da sopportare per la donna che si accinge a questo percorso, sia da un punto di vista fisico sia (e direi soprattutto) psicologico: l’ansia dell’attesa, la delusione per l’insuccesso, la possibile abortività precoce e l’idea di dover ricominciare da capo, spesso porta la donna (talvolta spinta dal partner preoccupato per la salute della compagna) a lasciare perdere dopo i primissimi tentativi. Non entro nel merito di queste scelte, ma ritengo che chi inizia questo percorso debba essere cosciente della possibilità di numerosi insuccessi prima del risultato, e che questo possa arrivare dopo pochi tentativi o non arrivare del tutto.
La perseveranza di Silvia le ha dato ragione e il premio di tanta volontà sono state le sue gemelline; merito suo e di un pizzico di fortuna che, soprattutto in questi casi, non guasta mai”.