I bambini sono meravigliosi. Straordinari. Anche quando capisci che vivono in un tempo tutto loro che non c’entra niente con il tuo.

Quando sei rilassato, non hai niente da fare, quando, appunto, “hai tempo”, questo aspetto qui non lo avverti. Ma se per caso hai fretta, ecco, se per caso hai bisogno di rapidità, della tua rapidità, quella di un adulto, ecco allora che il fattore Tempo emerge in tutta la sua lampante chiarezza, rivelando l’inevitabile: tu e i bambini vivete in due tempi completamente diversi, sempre.

Mettiamo per esempio che hai un appuntamento di lavoro alle 9,15 e sei coi minuti contati per portarlo all’asilo e poi scappare via come un lampo. Stai sicuro che alle 9 sei ancora in casa, perché in quel momento lì doveva raccontarti cosa ha mangiato il giorno prima, cambiare il colore dei calzini, prendere il giocattolo che non si trova.

Bisogna capire che il tempo dei bambini è solo e unicamente il presente. Se hanno bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, lo devono vomitare fuori subito. Non avendo capacità programmatica, non concependo se non a barlumi il futuro, i bambini necessitano di vivere sempre e solo il presente. Loro non esistono nel futuro. Non è che possono barcamenarsi in ragionamenti tipo “ora finisco di vestirmi e poi gli racconto il mio sogno, mentre andiamo all’asilo”. No. Se gli viene in mente il sogno da raccontare, lo devono fare subito. Quindi sospendono la vestizione e cominciano il racconto. Che se hai un appuntamento stai sicuro non è mai, MAI, un sogno breve. Tu non è che puoi dirgli, “me lo racconti tra 5 minuti, ora ci vestiamo che abbiamo un po’ fretta”. Se vuoi ascoltare il loro sogno, non gliela puoi mica dire una cosa del genere. Perché per loro “tra 5 minuti” è un tempo che non esiste. Non solo. Non vorrai mica sopprimergli il racconto in gola col rischio di inchiodare tutto in una delusione terribile che sfocia nel pianto, che poi ci metti pure di più a recuperare e addio appuntamento importante?

Insomma, bisogna reprimere il proprio istinto. Che sarebbe quello di dire “il tuo sogno sono sicuro che è bellissimo, quello che hai mangiato ieri me lo ricordo io, i calzini blu vanno bene, mettili subito, prendi il pupazzo del pinguino che è meglio della macchinina che non trovi, ora dobbiamo uscire che ho fretta, CAPITO?”. Enno. Se vi abbandonate al nervosismo, avete perso. O scoppia la polemica o il pianto, il che inchioda tutto, portando via inesorabilmente un sacco di Tempo.

Quindi che si fa? Io ho imparato. Risolvo tutto grazie alla “reazione Bruce Willis“, come la chiamo io. E, per farmi capire meglio, vi devo spiegare anche cos’è l'”effetto crostatina“. Cosa diavolo c’entrano ora Bruce Willis e la crostata? Presto detto.

Suppongo che tutti voi abbiate visto Pulp Fiction almeno una volta. Nell’episodio con Bruce Willis, lui è fidanzato con una ragazza molto dolce, un po’ bambina. Di nome fa Fabienne, ma lui la chiama “crostatina”. Ebbene, lui è pieno di fretta, la incita a prendere le sue cose e a uscire di corsa dalla stanza d’albergo. Fretta mica buttata lì a caso. Devono prendere un treno per scappare dalla città. Dove lui ha appena tirato un brutto scherzo a un gangster pericoloso, nonché massacrato due depravati che poco prima stavano cercando di sodomizzarlo in una cantina. Quindi, insomma, una fretta del diavolo su cui c’è in gioco la vita e la morte. «Muoviti, muoviti, muoviti», continua a ripeterle. E sapete cosa fa per tutta risposta “crostatina”? Più viene bruscamente incitata alla velocità e più sprofonda in una crisi che sfocia al pianto. Lei è preoccupata per le sue cose, non la capisce questa fretta, ha bisogno dei suoi tempi. Esattamente come capita ai bambini. Mio figlio, quando ho un appuntamento e ho fretta, è sicuro che entra nell'”effetto crostatina”. E allora bisogna imparare da Bruce Willis, che nel film fa una cosa straordinaria: mentre sei lì che pensi «ora la spalma sul muro e se ne va, giustamente, quella non lo capisce che hanno fretta, che ci sono i gangster!?!», Willis si arma di pazienza e imbastisce un discorso sulla colazione, sulla torta ai mirtilli, insomma la distrae, la rassicura e finalmente poi, solo dopo aver dimenticato la fretta, la convince a seguirlo e a uscire dalla stanza. Ebbene, la reazione Bruce Willis funziona.

Quando arriva l'”effetto crostatina” bisogna arrendersi ai tempi dei bambini. Se lo fa Bruce Willis che sta scappando da un gangster e rischia la vita, ci sarà pure un motivo. Non vorrai mica essere da meno proprio tu, chessò, per via di un banale appuntamento di lavoro o per il tuo capo che aspetta? Maddai… Bazzecole al confronto. Quindi alla fine faccio come Bruce Willis. Gli do corda. Lo ascolto. Addirittura mi faccio prendere da quello che dice, interagisco, mi interesso, faccio tutto il contrario di “tagliare corto”. Quando si fanno le cose, bisogna farle bene. Sempre. Quindi alla fine entro nel suo mondo, nel suo tempo, con tutto me stesso, partecipo e allora sì che le cose cominciano a funzionare bene. Perché appena lui ha finito di raccontarti, chessò, il sogno col dinosauro, o il disegno con la pioggia della settimana prima, o che Giulio è un carnivoro e quindi non mangia la verdura, insomma quando ha buttato fuori quello che doveva buttar fuori, ecco che poi torna all’attività che ci interessa, e la svolge con energia, entusiasmo, soddisfazione. Mai con velocità, ma pazienza.

C’è un caso, purtroppo, in cui neanche la reazione Bruce Willis funziona. Quando si verifica l'”effetto crostatina”, sommandosi a “sono stanchi”, la faccenda si fa durissima, praticamente impossibile.

Però, ecco, c’è sempre una soluzione.

Una delle cose più belle dei bambini è che credono a tutto. Badate bene, non lo dico con connotazione dispregiativa. Non userei mai parole come “boccaloni”. Per me credere a tutto è una qualità unica al mondo, una benedizione. Quello che facciamo, tutto quello che facciamo, viene fatto perché ci crediamo, perché crediamo in qualcosa. Ai bambini, che non hanno preconcetti, sono tazze vuote, puoi lanciare qualsiasi idea, qualsiasi totem in cui credere. Ogni idea che lanci loro è un seme da cui cresceranno altre idee e da cui dipenderanno le loro azioni future.

Per farvi capire cosa intendo devo raccontarvi, non certo senza una punta d’orgoglio, un fatto che è capitato veramente una mattina dello scorso settembre, in cui miracolosamente sono riuscito a gettare il seme dei semi. Il “seme della vittoria“.

Mio figlio Marco, 5 anni, viene svegliato alle 7 dalla tosse del fratellino. Un’ora prima del solito. Si alza, gioca, fa la lotta col papà, legge un fumetto, fa colazione. Alle 8,30, scocca l’ora di prepararsi per l’asilo. Marco, ovviamente, è stanco. Si verifica la terribile casistica “effetto crostatina” più stanchezza. Quindi comincia con “papà sono stanchissimo, non ce la faccio a lavarmi i denti”. Io non rispondo, lascio correre, ma lo osservo. Un po’ faccio lo sguardo Bruce Willis. Qui è tutto un gioco di esperienza. Se parli e insisti, scatta la polemica e non si finisce più. Uno sguardo è meglio di mille parole, in questi casi. E poi il buon senso è un elemento che vince sempre sulla lunga distanza. Dopo che si è lavato i denti, però, arriva il turno della vestizione: “papà sono stanchissimo non ce la faccio a mettermi le calze”. Io zitto. Mi gioco ancora la carta “sguardo Bruce Willis” più “buon senso”. La cosa va avanti: “papà sono stanchissimo non ce la faccio a portare giù dalle scale il monopattino”. Insomma, alle 9 io e mio figlio Marco siamo per strada e arriva l’ecatombe: “papà sono stanchissimo non ce la faccio ad andare all’asilo”.

A quel punto avrei potuto continuare a giocarmi la carta “sguardo Bruce Willis” più “buon senso”, ma ho capito che saremmo sì arrivati all’asilo, ma che la giornata non sarebbe più stata affrontata nel mood giusto. Bisognava fare qualcosa di più.

“Marco, è una bellissima giornata con uno splendido sole, perché vuoi buttare via il tempo a ripetere ‘sono stanchissimo’?”.

“Ma papà, io SONO STANCHISSIMO!”, mi risponde, ovviamente.

“Essere stanchi non costa nulla. Ma neanche essere fortissimi costa nulla. E’ una tua scelta. Se vuoi ti insegno un trucco”, gli faccio io per incuriosirlo.

“Che trucco?”.

“Al posto di continuare a ripetere “sono stanchissimo”, devi dire “sono fortissimo””.

A quel punto Marco mi ha guardato molto perplesso: “Mmm… e poi?”.

“E poi sarai fortissimo”, gli dico.

Marco ci prova, ma gli esce un “sono… fortissimo…” esile, esile.

“Così non funziona. Devi dirlo forte, con la voce alta, devi essere convinto, avere l’intenzione. Ci devi credere”.

“Sono fortissimo”, ci riprova.

“Meglio”, lo incoraggio.

“Sono fortissimo, sono fortissimo, sono fortissimo…”

“Puoi fare di meglio”, gli dico ancora e così lui se ne esce con un bel “Sono FORTISSIMO” soddisfacente. E poi succede una cosa straordinaria che fa capire, appunto, la potenza di saper credere. Marco mi chiama:

“Papà?”

“Dimmi”.

“Facciamo a chi arriva prima all’asilo? Vincerò io, sai perché?”.

Io sorrido e comincio a correre aspettando la sua risposta, un urlo tirato mentre mi supera col monopattino, lanciato a tutta velocità: “perché SONO FORTISSIMO!!!!!”.