I bambini sono meravigliosi, straordinari. Tranne quando piangono. Se c’è una cosa che proprio non riesco a digerire sono i bambini che piangono.

Non parlo dei neonati (del loro pianto ho già scritto qui).

Non parlo del pianto di quando ci si sbuccia un ginocchio, quello va bene. (Oddio, va bene se davvero ti sei fatto male. Se c’hai un graffiettino, un leggero rossore, un alone di calore che una carezza avrebbe fatto peggio… ecco, allora no, non va bene per niente, bisogna integrare la soglia del dolore a dei livelli minimi accettabili).

Né parlo dei pianti “veri”, quelli dovuti a effettivi drammi: quelle sono lacrime “sacre”.

Parlo per esempio dei bambini frignoni, quelli che ogni cosa è un dramma. Avete presente, no? “Mamma posso mangiare il gelato?”. “No”. E inizia un pianto manco gli avessero tagliato un braccio. Cioé reazioni completamente spropositate rispetto all’accaduto reale. Che poi questi, appena recuperi e li consoli per il gelato, è sicuro che ti fregano di nuovo senza lasciarti via di scampo. Cose che, se cedi ed entri in gelateria, riscoppiano a piangere come se gli avessero tagliato pure una gamba, perché non c’è il gusto puffo, che volevano solo quello lì e nessun altro.

Parlo anche dei pianti che esprimono disagi quotidiani, passeggeri, futili, tipo “non ho voglia di vestirmi”, “non voglio uscire adesso”, “ora volevo giocare”, ecc. ecc. Insomma i disagi figli di momenti un po’ così, di fragilità passeggere, anche di delusioni sciocche, perché quando ci si scontra con la realtà non è tutto esattamente come ce lo immaginiamo.

Intendiamoci, non è tutta colpa dei bambini. Riesco a sopportare ancora meno i genitori. Quelli che per esempio si esprimono con frasi del tipo: “smettila subito che non ho voglia di vederti piangere”. Oppure: “finiscila che non ho voglia di curare tuo fratello che piange”. Non hai voglia? Davvero? Ma pensa te, che io credevo invece ci si alzasse col desiderio di essere circondati da bambini piangenti che ti fanno richieste. No, ma poi, scusate, secondo voi un bambino come la deve prendere questa proposta? Dovrebbe rispondere una cosa tipo “ok, mamma, se non hai voglia allora smetto subito di piangere”?. Oppure “Peccato perché mi piaceva un sacco piangere, ma visto che non sei d’accordo rimando: magari piangiamo un po’ insieme dopo cena?”.

Insomma, a me queste situazioni sembrano pazzesche. Quindi, quando succede ai miei bambini o intorno a me, io ci sto male. Malissimo. E a pensarci bene non vale solo per i bambini, ma per tutte le persone che mi circondano. Sono uno di quelli, insomma, che per stare bene deve avere attorno persone che stanno bene (che poi siamo tutti così ma qualcuno se ne dimentica). Dalla mia esperienza ho sintetizzato tre modi di agire che, in linea di massima, di solito mi evitano i disagi, i pianti e fanno stare tutti bene. Eccoli:

1) Esserci al cento per cento

Dedicare ai bambini meno del 100% è un pasticcio. Loro si aspettano dedizione totale e bisogna trovare il modo di dargliela. Non è questione che poi ti torna indietro qualcosa o che altrimenti crescono male. E’ questione di fare le cose perbene e di essere generosi con le persone. Bisogna dare agli altri almeno un’oncia in più di quel che si aspettano. Sempre. E i bambini si aspettano il cento per cento.

 

2) No al “no”

Ogni volta che diciamo “no” diventiamo degli assassini. Di idee, di intelligenza, di valori. C’è sempre un’alternativa da cercare e da proporre. C’è chi dice che nell’educazione dei figli bisogna imparare a dire loro “no”. Io invece sostengo che bisogna imparare a dirigere le energie degli altri nella direzione giusta, non sopprimerle. C’è sempre un pensiero positivo da qualche parte, che, se proposto, è immediatamente seducente. Il “no” crea rabbia, frustrazione, pianto, perché non lascia alternative alla voglia di fare. Nei giovani uomini questa reazione è lampante perché non hanno autocontrollo. Al posto di dire “no” provate a proporre una nuova idea alternativa e vedrete che conquisteranno il mondo.

 

3) La vita è riso

Mio figlio di 14 mesi se è allegro e ride, mangia. Se piange ovviamente no. Quando piangi, strilli. Quando strilli butti fuori, non assorbi. Per farlo ridere, e quindi mangiare, bisogna inventarsi continuamente nuovi giochi, non stare mai fermi, fare i pagliacci. La vita infatti è movimento, improvvisazione, circo e, anche, riso.